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Zodiac

Allora vorrei interpretare Zodiac. Vorrei il panzone e il piede pesante, un chicco di furbizia in una laghetto di media palude. Vorrei la spilla in petto e il bue monoculato sul mio prepuzio ventricolare, i giornali, il batti e ribatti e la pallina che tocca il nastro va dentro va fuori va dentro va fuori di capoccia. Scatto la prima foto nel ’69, per un attimo penso alla carne di fresella che mi cuoce tiepidamente il naso in liquidi appiccicosi, per un attimo ci si illude di fondersi al buco da cui si esce, ma l’ultima foto la scatto negli anni novanta, quando Jordan già era un pezzo che volava, e di lì a breve i ragazzoni si sarebbero fatti quel taglio bizzarro rasato sul collo e nelle tempie e lungo in testa, manie da cappellari. Nel mezzo, fra una foto e l’altra, la macchina ingolfa istupidendosi, autoconvergendosi nei rotoloni come una qualsiasi indagine italiana, una qualsiasi carrozzella giudiziaria di provincia meridionale. Un pasticciaccio brutto di San Francisco. Moderno però, ma non saliscendi, ma, peggio, senza musica – e in fondo cos’era questo Fincher se non un Musikant? Di buono nella cultura meregana c’è la musica, il folk, il Volk, il Volkswagen (si ricordi che la “s” funge da connettore), la Wagen su route66, il rocchenrolle, cioè la musica sempiternamente sparata but not killed... ecco, qui, astrologicamente, questa manca, e mancando lascia un vuoto in quel canale descrittivo che doveva e doveva esserci. Certo, è bello far splendere il banana taxi nel buio della notte, ed è bello giurare di poter sputare dove poggia tallone l’arcobaleno. Ma se sputi acqua e fa caldo c’è la serena possibilità che ti si faccia ingranello di nova nuvola. Fa caldo a San Francisco, mica Assisi.

Pubblicato il 11/1/2008 alle 14.32 nella rubrica cinèma.

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