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Zatoichi

 

Kitano fa la leggenda giapponese. Un cappa e spada violento, e ironico, e poetico, dove la morte perde un po’ della leggerezza che in altri suoi film aveva, ma acquista un’ulteriore dimensione che le deriva dalla voglia, finora fioca, della vita stessa.

I personaggi sembrano mitici. Stereotipi magici che nella loro superficialità nascondono ciascuno un mondo: un massaggiatore cieco è una spada vivente: vivente! Poi c’è il gruppetto dei cattivi cui – il cattivo è segnato nell’animo dal passato – gradualmente è rivelato il percorso che conduce alla fine.

Il punto è che il film è stato tacciato di ripetitività, ed in effetti i temi e i toni sono già affrontati nelle precedenti prove del regista. Ma che forse il beneadorato Pasolini non parlava sempre della stessa gente? E Fellini co’quei cazzo di sogni e di tettone? Sono fissazioni. Passioni. Cioè niente di più sacro. Genuflessione e segnatevi.

Poi a voler essere fiscali m’è parso che Kitano abbia sottolineato tutti gli spigoli: l’ironia sua quasi diventa comica, la violenza vedo-non-vedo qui diventa tersa, gli sbalzi temporali sono infittiti, c’è perfino una scena vagamente da amplesso… ma è una sfacciata turbata. Insomma ha sottolineato tutto, Kitano, tranne lo sfocato, ma già c’era l’ambientazione leggendaria ad affievolire. Ma poi… quei due tip-tap finali… vuoi mettere?

Pubblicato il 8/7/2007 alle 19.8 nella rubrica cinèma.

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