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L'arte del sogno

(vivamente, e con giustezza, consigliatomi da Big Esp.)

 

C’è questo tizio che fa dei sogni talmente nitidi da proiettarne le ombre colorate sulla sua vita. Il tizio è una gran bella faccia messicana (quello di Amoresperros e CheGuevara in motorbike) che sta a dovere nella realtà francese. S’innamora, ma i sogni lo ostacolano. Poi la donna ha una fantasia inceppata nelle cose di cuore, e non lo aiuta – fa parte di un lieve cameratismo machista che condivido additare la donna quando le cose non vanno, abbiate pazienza. Comunque i sogni sono invadenti con questo ragazzo. Si direbbe che lo imprigionano facendolo felice pur se in degradazione. Ma il finale è aperto, cioè come l’inizio si svolge nel sogno, solo che per dove si lascia la realtà ci sono buone premesse per il lieto fine.

La narrazione è delicata, senza personaggi esterni che siano coinvolti inutilmente: ciascuno porta del suo, pochi giri, poche esterne, tre soli interni. Mingherlino, parrebbe. E invece no! A scombussolare arriva il grasso panzone del sogno, ed è meraviglioso vedere quanto potenziale ancora abbia il cinema senza ricorrere ai trucchi dei ricchi. L’acqua, ad esempio, è più che sufficientemente onirica se fatta di cellofan trasparente! E gli scenari non ti dico: città come cartoni, e il volo nel sogno che è esattamente come nel sogno lo si vive (ho esperienza del caso): di poco cioè più leggero che sott’acqua. Poi è grazioso il fatto che questa storia d’amore viva in simpatia con l’idea di costruire su uno scaffale una barca che veleggia in mare grazie al vento che soffia nei rami degli alberi. Sì perché c’è una foresta nella barca. Utopia. Amore. Forzare la natura in quattro legni. Dominarla. Solo per poterci naufragare.

In sintesi questa è una commedia coi fiocchi. I dialoghi sono pimpanti e alcuni temi si lambiscono con la giusta tenuità. Un paio di personaggi sono irresistibili, e la donna (che poi è quella di Nuovomondo) si lascia scappare di bocca che occorre l’arte per ricreare disordine e casualità, perché l’ordine a un certo punto comunque spunta fuori. Ecco, io credo che la sceneggiatura stesse parlando della realizzazione del film, del programma. E mi sento d’aggiungere che qui arte c’è stata.

Pubblicato il 5/7/2007 alle 14.33 nella rubrica cinèma.

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