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'o munaciello


Diario


29 luglio 2007

massì, sopra viverò

 

Ho sostituito al portatile la bicicletta, e me ne viene bene. Come un mitico sollazzo, come un palpito da placenta, alle 15 è fin troppo tardi per uscire, sole in nuca, gamba in noce, ruscelli caldi dalla fronte frondano il puntolo del naso. C’è un gradevole e primordiale – i due aggettivi si chiamano a vicenda – senso di sfida nella randella, nella catena dura. Tanto ben fatto è questo sfiorare il male di sé quanto riuscita è la stasi marmorea del quadricipite alla sera. Mi doccio. Mi siedo. La contemplo. Poi, più in là, c’è il portatile musone che adesso provo a dargli di clitorideo, ma sbuffo dal naso come un cane pigro e lo lascio là… che domani pedalo fino a Portici, vado a vedere il mare e la nonna, ma soprattutto il mare, e per arrivarci salgo questi centopiedi di vulcano che mi circondano, li domino. Eppure mi pare superfluo ogni dominio, perché col vento delle 15 che trasformo fresco alle mie guance sento di non avere limiti: sono i piedi, il corpo, la sola forza mammifera. Mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte. Aspetto l’esito dell’occhio del poeta. Aspetto con fiducia, so che so che so che lui sa. Ed è, il poeta, una bolla di passione che non sta mai ferma. Nel frattempo mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte, e so, mentre il poeta legge, che ho scritto solo la seconda cosa degna. Poi mi dirà. Nel frattempo il resto è cacca secca. C’è più luce a volte, scopro che sono solo ottanta anni da passare facendosi mancare il meno possibile se stessi, e godere di ciò che si vuole sbattendosene se quel volere è riconosciuto da due, trecento, o sette miliardi di persone. Vorrei una discesa, ma cosa rinfrescherei se manca la salita?




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24 luglio 2007

libmagazine on line


orsù, leggere, leggere!


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23 luglio 2007

una lacrima sulla pelle abrasa del cappottò

 

Per tutti quelli che, come me, in quanto me, rimpiangere la carezza uterina del cappotto, le sue dolcissime parole di pelle abrasa, l’assenza di scartoffie nell’aria secca e nelle labbra rigate... Per tutti quelli che, come me, in quanto me, resistere un’ora appena in spiaggia compreso di bagnetto, di culi stranieri come unici legami con una qualche funzione vitale… Per tutti quelli così, insomma, che così vuol dire “proprio contrari a condividere i vapori con altre tre/quattrocento persone”, cosa c’è? cosa resta? Scala quaranta? Ramino? Il laccio delle scarpe per impiccarsi sotto l’ombrellone che non affitto perché costa una decina d’euro al giorno che in due giorni già potrei, risparmiando, buttare in fagioli e ceci in quella bella trattoria che so io? O farne martini, vodka, e succhi tropicali per saziarmi e annullarmi per una serie illimitata di serate di fila, quando anche le zanzare dopo avermi punto e succhiato questo sangue nero vanno a sbattere contro gli specchi credendo si tratti di paludi e pianoforti! E allora vedete che tutto fila e quando fila torna! L’importante è la funzione vitale, almeno quando vivi temporaneamente nella pentola del roastbeef. Cameriere, un po’ d’erba, che so, rosmarino, salvia, quel frizzar d’origano che sai tu.

'O Munaciell'


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9 luglio 2007

preveggenza on line (pazientare poche ore)


Il link sarà valido dalla mezzanotte di oggi. Oggi a mezzogiorno ho fatto l’ultimo esame di questa sessione (tranquilli, è solo il secondo), e fra mezz’ora parto per ammollarmi un po’. Ci vediamo fra una mezza ventina di giorni. Tenete d’occhio ‘o giurnalett’ perché vi darà delle belle delle belle soddisfazioni.

Un saluto a tutti,

‘o munaciell’


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8 luglio 2007

Zatoichi

 

Kitano fa la leggenda giapponese. Un cappa e spada violento, e ironico, e poetico, dove la morte perde un po’ della leggerezza che in altri suoi film aveva, ma acquista un’ulteriore dimensione che le deriva dalla voglia, finora fioca, della vita stessa.

I personaggi sembrano mitici. Stereotipi magici che nella loro superficialità nascondono ciascuno un mondo: un massaggiatore cieco è una spada vivente: vivente! Poi c’è il gruppetto dei cattivi cui – il cattivo è segnato nell’animo dal passato – gradualmente è rivelato il percorso che conduce alla fine.

Il punto è che il film è stato tacciato di ripetitività, ed in effetti i temi e i toni sono già affrontati nelle precedenti prove del regista. Ma che forse il beneadorato Pasolini non parlava sempre della stessa gente? E Fellini co’quei cazzo di sogni e di tettone? Sono fissazioni. Passioni. Cioè niente di più sacro. Genuflessione e segnatevi.

Poi a voler essere fiscali m’è parso che Kitano abbia sottolineato tutti gli spigoli: l’ironia sua quasi diventa comica, la violenza vedo-non-vedo qui diventa tersa, gli sbalzi temporali sono infittiti, c’è perfino una scena vagamente da amplesso… ma è una sfacciata turbata. Insomma ha sottolineato tutto, Kitano, tranne lo sfocato, ma già c’era l’ambientazione leggendaria ad affievolire. Ma poi… quei due tip-tap finali… vuoi mettere?


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7 luglio 2007

una rivelazione personale

 

In un paragrafo m’imbatto in tal Coserius che dice pure cose interessanti, ma che fondamentalmente, come tutto l’esame che sto preparando, si occupa di regolamentare la testualità – e secondo me è operazione da cappio al cappio. Allora mi fermo. Serve un post, una rivelazione per contrastare la gabbia.

Ma questo cos’è? Non è un blog politico perché… insomma la fede non c’è. Nemmeno un cineblog, perché ne ho visto qualcuno e la percentuale di parole sul cinema qui è ridotta rispetto al corpo… capelli, diciamo, ciuffi. Non è un blog d’informazione, né di formazione, forse di disformazione. Non è un blog artistico perché conosciamo il senso del lemma e a dispetto del narcirismo ce ne guardiamo bene. Allora, cristo santo, questo è un blog personale!

Così buttiamola così: personalmente in questa settimana ho giocato due volte a calcio senza rompermi né ossicini né legamenti. Personalmente faccio progressi. Personalmente ho un rapporto privilegiato col colpo di tacco, alla veronica le do il tu e lei mi da il voi per rispetto, i passaggi so disegnarli oltre la media della percezione umana, poi so spostare la squadra mia e quella avversaria, so aprire spazi, so chiuderli, so fottere col tunnel e col peso del corpo, so guardare di lato e dietro tenendo gli occhi in avanti, so segnare di potenza e di destrezza, anche di cazzimma.

Però ci sono un paio di ragazzini del ’90, ragazzini di dieci anni più giovani di me che mi passano letteralmente per testa, e non si fermano mai né sputano a terra, e mentre li marco coi polmoni che gracchiano loro hanno la faccia liscia con una goccia una di sudore. Io a fine partita se mi siedo solo per un attimo non mi alzo fino all’una del giorno dopo, quelli invece parlano di pizza birra e rimorchiate.

Personalmente giocare a calcio mi fa sentire semipensionato. Ma è bello, che vvuo’ fa’!


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7 luglio 2007

per il pdn

 Di gran lunga il
mio più bel menù




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5 luglio 2007

L'arte del sogno

(vivamente, e con giustezza, consigliatomi da Big Esp.)

 

C’è questo tizio che fa dei sogni talmente nitidi da proiettarne le ombre colorate sulla sua vita. Il tizio è una gran bella faccia messicana (quello di Amoresperros e CheGuevara in motorbike) che sta a dovere nella realtà francese. S’innamora, ma i sogni lo ostacolano. Poi la donna ha una fantasia inceppata nelle cose di cuore, e non lo aiuta – fa parte di un lieve cameratismo machista che condivido additare la donna quando le cose non vanno, abbiate pazienza. Comunque i sogni sono invadenti con questo ragazzo. Si direbbe che lo imprigionano facendolo felice pur se in degradazione. Ma il finale è aperto, cioè come l’inizio si svolge nel sogno, solo che per dove si lascia la realtà ci sono buone premesse per il lieto fine.

La narrazione è delicata, senza personaggi esterni che siano coinvolti inutilmente: ciascuno porta del suo, pochi giri, poche esterne, tre soli interni. Mingherlino, parrebbe. E invece no! A scombussolare arriva il grasso panzone del sogno, ed è meraviglioso vedere quanto potenziale ancora abbia il cinema senza ricorrere ai trucchi dei ricchi. L’acqua, ad esempio, è più che sufficientemente onirica se fatta di cellofan trasparente! E gli scenari non ti dico: città come cartoni, e il volo nel sogno che è esattamente come nel sogno lo si vive (ho esperienza del caso): di poco cioè più leggero che sott’acqua. Poi è grazioso il fatto che questa storia d’amore viva in simpatia con l’idea di costruire su uno scaffale una barca che veleggia in mare grazie al vento che soffia nei rami degli alberi. Sì perché c’è una foresta nella barca. Utopia. Amore. Forzare la natura in quattro legni. Dominarla. Solo per poterci naufragare.

In sintesi questa è una commedia coi fiocchi. I dialoghi sono pimpanti e alcuni temi si lambiscono con la giusta tenuità. Un paio di personaggi sono irresistibili, e la donna (che poi è quella di Nuovomondo) si lascia scappare di bocca che occorre l’arte per ricreare disordine e casualità, perché l’ordine a un certo punto comunque spunta fuori. Ecco, io credo che la sceneggiatura stesse parlando della realizzazione del film, del programma. E mi sento d’aggiungere che qui arte c’è stata.


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5 luglio 2007

mezzaeva


Se un tempo ne bruciavano a piene mani non ha più importanza adesso, nemmeno se s’erano infilate il forcone nelle chiappe o i gatti neri a bacio francese. Io non posso credere che la donna sia così diabolica da simulare l’orgasmo, no! no! no! e no! Però se Cristina Parodi durante lo show per la cinquecento non s’è bagnata sotto... beh c’è riuscita a farmelo credere.


4 luglio 2007

meteorino 125 senza elmetto

 

Allora il direttore l’ha visto. Che in quella solita foto ha un’aria decisa, senza se e senza sé, diretto come un filobus d’altri tempi, e così il direttore l’ha visto rosso e nero, col ciglio accigliato e il mento assai menzognero, una barbetta comerbetta e i ciuffi di capelli come cavàl senza coda, il berretto a montanargli il capo e un’asta siempre la stessa victoria. Il direttore al momento aveva un mig in mano e girava fra i vicoli di una città in rovina cercando di distinguere un braccio, una gamba, un addome nemico. Aveva anche una birra vicino al piede, e l’insana abitudine di lasciare la sigaretta nel posacenere, accesa. Che si fuma da sola. Sigaretta da sole, che fuma. E’ stato allora che l’ha visto, o forse già l’aveva.

Roba di gioventù”, gli dico, ed ero sincero.

Vedi tu si aggia tene’ ‘nu redattore cu ‘o Cheguevara ‘n faccia a ‘o mur’!”, mi fa.

 

Non lo so se è un caso, ma dalla settimana prossima, su libmag, mi tocca il meteo.




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4 luglio 2007

tredici punti, due punti

:


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4 luglio 2007

punto

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4 luglio 2007

L'oro del munaciello /3

 

“L’oro del Munaciello”

 

Da oggi il Munaciello parlerà d’oro.

L’oro è solo un altro modo per chiamare l’indisponenza di un singolo omomo individuo che moltiplicando tabellinamente il suo om, il suo s’è, diventa pluralato. Il ché comporta, in successione men che regale, una dotazione di carmina ascellari tanto composita da far d’Icaro faro. Illumìnami signore, illuminàmi in questa notte buia, e ludiamo con l’accenti poiché sempre la notte fu buia in ogni suo esemplare, e talvolta più buia àncora della notte, e noi qui esuli ancora a meravigliarcene: ti meraviglia la vita, eh? Ma dimmi: sei tu il mio pastore, o signore? O siete varie donne che mi ballano attorno? Dovrei forse dire “ballate” a torno, ma il verbo di moto alla fine della frase me la inghiotte, lo so, si sa, si, ma, non so, boh,

forse quasi all’erta sto.

Direi che per l’età che ho

non dovrei – “non dovrei” mi fa sentire di colpa adulto di colpo, e viceversa – marmellamarmi – però è vero che questo “dovrei” rimanda a un paterfamilia munito di prole sennò che pater – l’atmosfera come un sognifero tuli, latum ferre. E fu così che al ginnasio gli Ittiti se la spassarono contro le spade di legno: beati loro e tutti i Ferrero, Ferrari, Kinder Delice. Perché, appunto, è facile delice combattere con le armi migliori – con, ho detto – contro certi che per difesa ti lanciano anelli d’oro.

Loro. L’oro. Popolazioni. Anelli. Calamaretti fritti.

 

'Take it easy' sarà la canzone di quest’estate, fresca, stupidotta  e malinconica. I quindicenni si baceranno, e dopo una settimana piangeranno.

Mamme, papà, vi avverto: se vostra figlia vi torna a casa canticchiando questa canzone sappiate che sta per aprire le gambe.


Accuxì dixì! 

 


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2 luglio 2007

libmagazine on line



Io ho scritto su "Sonatine" di Takeshi Kitano.
Clicca sul pesce per il mio pezzo
(attenzione: non cliccare sul pezzo per il mio pesce!)





2 luglio 2007

parole nate per errore

 

Solo per dire che nel post precedente uso “lastricante”, participio di un verbo che deriva da una parola nata per errore. Si tratta di lastrico, dal latino medioevale astracum (o astricum nel latino parlato) che significa asfalto, letta probabilmente dai parlanti come tutt’uno con l’articolo che la precedeva.

Sol per dire che anche gli errori hanno dei seguiti di bellezza stupita, perché “lastricare” è visibilmente superiore a “astricare”. È quella elle che gli dà una pelle, una patina, una lubrificata.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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