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Diario


31 maggio 2007

La canzonetta della parigina

Sulle rive della sera
quando il sole va ‘n galera
ceri blu, c’eri tu.
Ragazzuola tutta bocca
io ti penso e dio ti tocca,
per di più occhi bblù.

 
Mani muovi come alghe
ciocche bionde quanto spighe
sulla Senna perdo il se’,
m’avvicino, ti sussurro,
“non capisco” rassicuri,
pari Gina, pari tu.
 
“Vulè vu parlè
Parlè avec moi?”
chiese ed io risposi “ua’!”
Sulle rive della sera
con le stelle a primavera
m’era apparsa una chimera.
 
Era vera ed era nera
meraviglia che a vederla
sul tizzone di nottata
mi pareva una sirena
tanta coscia era allungata,
sulle rive della sera.
 
E’ questione di vocali
per il resto sono uguali
i vociari inconsistenti
delle dense consonanti,
e alla fine mi trovai
con due zinne e mille guai.
 
Sulle rive della sega
quando il polso va ‘n malora,
o cero mio, c’ero solo io:
ragazzuolo tutt’ allocco
io ci penso eppur mi tocco
“perdo più d'un solo occhio!”




a te




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30 maggio 2007

Quarta tappa: Porta Nolana, via Marittima, Piazza Municipio.

Il quarto momento è quello del ritorno alla tenda. E così, con la terra e i sassi sotto ai piedi, il cibo si fa nudo, ma il nudo è già un vestito a festa quando la pelle non teme bruciature né gelate. Rimando qui per link ed argomenti.

 

 

Menù

“O’ munn s’ mov’!”

 

 

 


Carote, patate, zucchine


Sbucciare e conservare le bucce.
Lavare, poco. Tagliare e dare una bollita.
Senza olio e senza fronzoli resta la gioia dello stomaco.

 

 

Pane

La più vecchia del villaggio, con i segreti
delle mani mosse al giusto tempo del
più vecchio del villaggio, e l’acqua, e la farina, ha
fatto dalle coccole il più prezioso respiro.

 

 

Polli al sangue


Il cibo c’è. Basta sporcarsi le mani
e inseguire un corpo che saltella senza testa.
Le urla e lo strazio non sono contro natura,
ma sono il suo passo a crescere.

 

 

Pomodori lunga vita


Al piennolo, impiccati, da staccarci
pezzi solo quando senza non si può.

 

 

Banana ancora viva


Dall’immondizia.
Sotto la scorza c’è la sostanza.
La vedi? E’ bianca nel nero.




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29 maggio 2007

Ora che è finito il campionato inizia la parte più succosa del calcio:

Il cacciomercato!!!

(Squilli di trombe, rulli di tamburo, imbuti di bolle, applausi crocchianti, galoppate sparse)

 

Juventus. Tramonta l’ipotesi Pasqual: nell’interesse del club verso il terzino non c’è niente di vero. Come capisco! (chi è Pasqual?) Ressa invece di allenatori: voci insistenti danno sulla panchina bianconera, in ordine dis, Lippi, Vialli, Ferrara, Conte, Jugovic, Tardelli, Bearzot e mio zio Raffaele. In attacco forse l’innamorato Rolando Bianchi. Resiste invece l’opzione Agnelli nonostante il ritardo, Pasquale Bruno no. Buffon sì, Buffon none, buffonone questo giullare!

Milan. Ancelotti andrà in nazionale dopo il 2010, pare che la sfera dica così. Nel frattempo fuori. Ronaldinho è difficile da prendere dice Galliani, è molto agile e usa bene il corpo per fare le finte e forse anche nel privato. Magari Dinho sì. Ma sono la stessa persona ed è evidente che c’è confusione sul caso. Eto’o forse, ma comunque è un tantino indisciplinato: guardate come mette le “o” nel nome! Maldini resta un altro anno, vuole vincere 36 coppe dei campioni. Deve sbrigarsi. Costacurta sta meditando il ritorno. La Colombari no. Costacurta piange. Ronaldinho, ad ogni modo, ride di gusto.

Inter. Figo resta. Resta figo nonostante l’età. L’anno dopo l’anno prossimo va in Arabia per soldi. Adesso gioca gratis. Invece Adriano e Recoba salutano, ma non fra di loro, salutano gli altri. Adriano molla perché s’è già fatto tutte le cubiste lombarde. Ora vuole le spagnole. Perciò forse Martins si è pentito di essere andato in Inghilterra. Dovrebbe saperlo Hitler. Ibrahimovic resta a patto che l’Inter diventi il Milan, o la Juve, o un’altra squadra ché annoia sempre la stessa maglia. A proposito: la maglia del centenario è un omaggio alle crociate: si preannuncia una stagione calda. Crespo, quindi, si è rapato a zero e resta. Resta crespo nonostante la pelata.

Roma. De Rossi resta in vita. Ops, De Rossi resta a vita. Totti anche, ma detta le condizioni: vuole aiuti, rinforzi, nuovi arrivi. Ilary già pronta a un’altra gravidanza?
Mexes obiettivo grosso. E biondo. Ma assieme a Chivu – chi? – potrebbe andar via. Mancini l’aveva detto che fra i due c’era del tenero, l’aveva sospettato da certe carezze nelle docce. Ma potrebbe essere un tiro mancino. O la descrizione di un attimo, nelle docce. Du du du du du, du du du du du…

Udinese. L’allenatore Malesani incontrerà il presidente Pozzo per definire il suo futuro, ma Ancelotti non molla la sfera di cristallo, dunque Pozzo porterà un’arma perché è più facile prevedere il futuro quando lo si accorcia. Specie se non è il proprio. Nel frattempo si fanno i nomi di Guidolin e Mazzarri. Così, è uno scioglilingua portafortuna. Strani ‘sti nordici.

Sampdoria. In panchina si fa il nome di Mazzarri. Sempre lo stesso scioglilingua. Miracoli degli emigranti. Nel frattempo Quagliarella va in nazionale senza Ancelotti. Miracolo d’ali. E’ una punta. Il mercato della società procede a rilento. Ho una leggera fame, prendo i pan di stelle.

Lazio. Tommaso Rocchi non ci credeva, allora ci ha messo un dito e qualche gol, ed ora al progetto ci crede. Lotito è molto intelligente. Nessun acquisto previsto. Per fare soldi il primo passo è non spendere quelli che si anno. E’ intelligente. Già da qualche hanno.

Atalanta. Riccardo Zampagna aspetta una telefonata del presidente Ruggeri. Mistero: pare che per questioni di decibel la telefonata sia avvenuta ma l’attaccante non se n’è avveduto. Avvenuto/a. Alla finestra c’è sempre il Livorno, così com’è sul Tirreno. Vieri al contrario non ha mercato, ma ha varie auto e qualche villa, vuol dire che ne ha avuto già abbastanza di mercato. Se ne interessi l’inps.

Parma. Bonetto dice che Parma è il luogo ideale per far crescere Cigarini e Dessena. Non si sa chi siano questi tre. Azzardo che trattasi di allevatore di maiali il primo e di maiali i secondi.  A Parma il prosciutto è buono. Anche il formaggio e il vino. Perciò Stoichkov non correva più.

Palermo. Tedesco prolunga fino a giugno 2008. E’ finito il tempo del blitzkrieg.

Napoli. Se si sale in A arriveranno in prestito Recoba, Cassano, Cannavaro Fabio, Gregoretti, Burruchaga e Maradona. Però il titolare sarà sempre Pampa Sosa. E’ per scaramanzia. Lo sarà fino ai 42 anni. Olè!




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28 maggio 2007

Le conseguenze dell'amore



 

Ci vado con le molle con Sorrentino. Mi capita quando spero di avere a che fare con qualcosa di valido. Già l’amico di famiglia, l’ultimo, mi obbliga a questo: il regista è saltuario italiano che vale pieni gli otto euro scarsi del biglietto. Questo film è pensato bene, scritto meglio, e pittato una favola. Il guaio è che per ognuno di questi tre punti ci sarebbero dieci righe, e so che annoierei, allora parto rapido e confuso come fa l’emozione.
Il tono, il colore, il tatto caldo e nitido di una disgrazia come una fune, presagita, ma che poi ride delle venature di canapa che la compongono: ironia… ironia nera… aggressiva. Dentro un ritmo lento di sussurro che mai ingolfa e che tiene incollati senza apparenti cause o fini. Cioè non si sa dove si va, ma ci si affida che è un incanto. Poi arriva – a volte capita, ma è una rarità – un momento mistico in cui avverto amore per – causale – il film, ma che mi investe rendendomi particolarmente invulnerabile a tutto il resto, come a dire che se esiste la tecnica, l’artigianato, per fare un momento così allora significa che l’uomo ha ancora qualcosa da dire. Nel particolare un crescendo d’archi, un uomo non vissuto, una mora con occhi di tempesta, e una non identificata ma armoniosa prosa.
Poi parte il film a sorpresa come un segreto svelato in vena dall’ago, e ci si scopre allo snodo in cui il male – fantasma solo fiutato – si traduce in ciò che più d’ogni altra cosa fa materia: grana. Quel punto esatto. Anonimamente esatto. Poi giù, a spirale, fino al vertice della cupola (lì c’è cheta cheta la battuta del secolo, affissa alla parete… poi mi direte). Il protagonista? Sì, rispetta un’evoluzione. L’aveva anche capita prima. Ma per bagnarsi di tempesta tutto si fa, pure il cemento.
Forza Sorrentino!
(anche qui)




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28 maggio 2007

Napoli e la spazzatura


Ecco. Ora bisogna ampiamente rivedere il precedente post.
Stasera, al San Paolo, c’è la partita del cuore.
Il cuore. Questa dolce stangata.




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27 maggio 2007

L'amo e l'odio




 

Molto spesso sento dire che Napoli è bella, e tanto basterebbe. Che c’è il mare, un bel cielo, qualche castello e lo skyline col Vesuvio. E poi la sua chioma spettinata da prostituta gratis. Che fa colore. Che fa sapore, amore, dolore e passione. Signori Napoli non è bella. Napoli ammazza, soffoca, succhia cervello, Napoli è un commercio a vendersi, Napoli tradisce mentre coccola. Napoli è una bara affollata. Arrangiarsi, pure si sente. A Roma -torno adesso- c’è una corona di verde attorno alla città che pare di respirare nonostante i 34 gradi. Cioè, in un minuto lasci l’ultimo sasso imperiale, passi un quartiere con qualche parco, e poi sei in una campagna che è una dolce collina di puttana che paghi dai 300 in su. Anche Roma è molto bella, più ferma, più arco traiano, meno troiaio senz’altro, ma è quella corona verde che a me m’ha stregato. Ogni mia precedente visita era stata una visita al centro, fra i sassi e le turiste spagnole. Roba consueta, pure imitabile. Ma attraversarla verso l’esterno è speciale perché solo dopo la corona inizia la periferia. Napoli ha permesso che i suoi piedi fossero tirati fino al confine con l’avellinese, quasi, e fuori dalle mura è tutto un brutto grigio annerito dagli scarichi che si prolunga estenuato. Non so, penso al catetere. Poi penso alla difficoltà con cui una volta ho sollevato una persona morta, quasi impossibile, ma attappi i sensi e fai.
Quando sono uscito dall’autostrada ho visto prima il vomito di un cassonetto che il Vesuvio. Lui, il sommo, strafottente e azzurro come se la cosa non lo riguardi… come sempre poi… quello ne è un altro. Mi perdonino i miei concittadini: io amo questo posto perché mi ha reso me, mi ha fatto io, però ho visto qualcosa di Sao Paulo, per caso, e il terzo mondo non è preannunciato da linee fluorescenti né da tintinnii elettronici. Arriva così, col ritardo di un monnezzaro, e poi resta a convivenza necessaria se non comoda. E non aspettiamoci che chi può far qualcosa lo faccia, perché dagli attici non si sente il putrefarsi delle teste di triglia e di lattuga, ma solo un vago senso di sopravvivenza, di galleggiamento. Sotto, paisa’, ci stiamo noi.




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25 maggio 2007

Le vite degli altri



Straordinario viaggio nell’intimo della Germania Democratica, nelle viscere a doppio taglio della Stasi, percorrendo i dorsi delle sue mani bagnate di adesivo mentre scovano negli armadi, sotto agli interruttori, nei canali dei muri e nelle teste di chi pensa. Una specie di piovra assai acuta ed efficace, mossa però – come si conviene all’arte e alla vita – dal bassoventre, dalla tetta bella e bianca, e dall’amore di sé. In una dimensione essenziale, torva come ci si immagina l’unico mondo più tedesco di quello tedesco: la Prussia. Passi lenti, calibrati, non una parola di più nemmeno sulla libertà di parola. Di espressione. Di pensiero. Di movimento. Per noi pasciuti in questa penisola senza confini è impossibile immaginare cosa voglia dire essere rinchiusi in una patria come uno starnuto che non esce. Senza alcuna grazia, ed è efficace la ripresa scarna a rendere questa implosione d’ossigeno e microbi. A questo il teatro. A questo il pulsare ritmico e blando della sete di spazio… quando ogni fede cade tranne quella nella voglia – nella speranza – di essere un po’ buoni prima del sipario. Pare che Lenin abbia detto che se avesse ascoltato Beethoven non avrebbe portato a termine la rivoluzione: Sonata Per Gli Uomini Buoni.
Il film è nudo, come il re e la verità. Come un muro di una casa sfilacciato e come l’altro, di muro, caduto triste e allegro in mattoni mai visti.

(via eco)




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24 maggio 2007

Milan Liverpool 2 - 1


Raccomandati!

P.S.     Finchè non c’è stato il gol del Liverpool c’era pochissima evocazione nella finale di ieri. Poi sì, pochi minuti di piedi di fantasmi che scalzi frusciano sul pavimento mentre stai socchiudendoti al sonno. Il fischio finale leggermente anticipato però li ha resi cartapesta. Occhio pesto invece, a noi tutti, ogni singola inquadratura di Silvio Berlusconi: ai gol gli si muove solo un mezzo labbro, in una smorfia da vincente così assolutamente vincente che figurati se m’emoziono più! Santo Cribbio! Ma era accanto a Blatter. Ed ha chiaramente nella capacità di farsi camaleonte più che caimano la sua massima dote. Ma si poteva ancora reggere tutto questo. Finché non è sceso in campo per mettere mano liscia sul grande orecchio della coppa, e mai mollarla, e farsi lanciare in aria dai calciatori di colpo ometti piccoli piccoli, con i coriandoli appiccicati sotto ai piedi mentre qualcuno di loro nel sollevarlo si curava di non lasciargli le caviglie – visto mai ti sfugge il Silvio è ci lascia la pelle! Un bambolotto con della vernice nera in testa. Questa roba rinsecchisce i testicoli. E allora cancelliamo queste cose “Un raso d’erba da calpestare mentre l’epica d’oggi non la forniscono gli armati perché il professionismo prevede una netta presa di coscienza, una quantificazione di tempo, e poco svago è accordato al cavaliere. Obiettivo e durata del suo impiego. Allora arriva lo sport, nella fattispecie quello popolare fin tanto che evoca. E due anni dopo un affare che tirerebbe ascolto alla Lepanto 15settantuno si ripropongono gli stessi vessilli e gli stessi uomini. Un uragano. Pulce che tossisce purtroppo è la linguetta insipida e tutta contegnosa di chi esclude ogni senso di vendetta, come a voler togliere il rosso al bel tramonto di Capo Palinuro: tramonto qualsiasi ne sarebbe senza, e un marinaio morto poco astutamente. Sono persone che campano un mondo fatto di mugugni annuiti e seghe sotto alle coperte. Io voglio le vergini ingravidate sul portico, sul patibolo della piazza! Io metto in tasca la provenienza dello sciopero e urlo: a morte i reds! Che poi questa morte sia una scena lo risparmio alla vostra intelligenza, chè già se siete qui avete fatto selezione. Ma diamoci una mano a non seccare il sangue, che poi si fa nero e niente più tramonti.”
Perché di epica e vendetta manco l’ombra:




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23 maggio 2007

Milan Liverpool



Cerveza, cerveza para todos… scriviamo canzoni per dilettarci i polpastrelli e non attinenze con caverne fin poco platoniche. Un raso d’erba da calpestare mentre l’epica d’oggi non la forniscono gli armati perché il professionismo prevede una netta presa di coscienza, una quantificazione di tempo, e poco svago è accordato al cavaliere. Obiettivo e durata del suo impiego. Allora arriva lo sport, nella fattispecie quello popolare fin tanto che evoca. E due anni dopo un affare che tirerebbe ascolto alla Lepanto 15settantuno si ripropongono gli stessi vessilli e gli stessi uomini. Un uragano. Pulce che tossisce purtroppo è la linguetta insipida e tutta contegnosa di chi esclude ogni senso di vendetta, come a voler togliere il rosso al bel tramonto di Capo Palinuro: tramonto qualsiasi ne sarebbe senza, e un marinaio morto poco astutamente. Sono persone che campano un mondo fatto di mugugni annuiti e seghe sotto alle coperte. Io voglio le vergini ingravidate sul portico, sul patibolo della piazza! Io metto in tasca la provenienza dello sciopero e urlo: a morte i reds! Che poi questa morte sia una scena lo risparmio alla vostra intelligenza, chè già se siete qui avete fatto selezione. Ma diamoci una mano a non seccare il sangue, che poi si fa nero e niente più tramonti.
So tutto, non ricordatemi niente. So che niente me ne viene. Nessuna piscina con delfini, nessun world is yours, nemmanco la sella di un miniaturizzato Varenne o la stella magica dei re. Però non pare questo mondo altro dal niente. E le costruzioni che fanno dallo zero il mille sono dentro l’occhio che ripete il nulla per tre e che camuffa un uno staccandosi un baffo.
Più di tutto, chiudo, mi affascina la possibilità che hanno quegli uomini di rielaborare il finale del loro incubo peggiore, là, proprio là dove c’è la divinità che opera le sue carte magiche in favore del nemico, per riafferrare quelle mani codarde di nuvola e ricacciarle dove se ti volti sei solo sale.




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22 maggio 2007


Oggi a mezzanotte è scoppiato il mio compleanno! Frizzi, lazzi, schiamazzi notturni, colibrì, bearzot, fontanelle di vino, di fragolino, di petrusino, schiamazzi notturni, coriandoli, spinelli grandi e spinelli di più, e belli, e botti, e schiamazzi notturni fino all’alba, e cornetti caldi, pacche sulle spalle, fontanelle di rhum, per gli instancabili un giro a Gianturco, ‘o cornett’ ‘o ciottolo, ‘e sigarett’ p’ dimane, poi ancora feste, baldorie, confusioni, scambi di persone, omicidi su commissione, caffè, scopare, nanna.





Noi stiamo esattamente così (foto, ci stanno con me: Marzia, cugginemo ‘Ngiolett, Peppino Misericordia e consorte, Tonino ‘o Criminale, Nino Tarremoto e ragazza, Marianna ‘a nera, Lea ‘o masculone, Franchetiello Fecatiello, Affonz’, Aitan’, Abbert’ d’o bar, ‘Ntunettiell, Titell’a spent, Tania dolce chiappa, i ragazzi del circoletto di manfrine e catamarani, Claudio Saverio Michele e Giovanni seduti sempre allo stesso tavolo, gli amici degli amici di Ferzio, quelli della sala giochi, e altri amici... ai piatti Titti Marinoo!) da mezzanotte, e ci staremo fino all’altra mezzanotte, quella di domani. Siete tutti invitati, ma alcuni sono obbligati: Francesco Nardi, Eginone, Giorgio e Nick (Giorgio nun fa’ ‘o scem’ però), Pasqualino con Gennaro, Micheluzzo Aronne, Dario dal bazar, Boli’, Arrabbiato, l’ing. Ugolino Stramini, Marcòzz, Don Coon, Malvino se ha tempo, Arciprete e Altereg’, Ripp!, Didero’, Gesù (che è sempre meglio che sia con noi), Davide, Leo il cattivone… e poi, siori e siore, le femmine! Uh, quante so’! Cuncetta, Teresa, Albetta, Raissa, Barbarella con il pepe, una perfetta stronza, Alce, Alice, Ecuzza bedda, Dolci Inganni e tutte voi altre di cui non ricordo il nome – ma si sa, noi maschi ci si focalizza su altro!

 

Mi scusino quelli che ho dimenticato, ma dalle foto… insomma, potete immaginare comm’ stong. E camunque tenete bene a mente che ciascheduno può portare con sé quanta carne che vuole, anzi è tenuto a farlo. Dalle parrocchie mie si dice “a quant’ cchiù simm’, cchiù bell’ parimm’”*1.

 

1. Espressione dialettale che traduce la volontà di stare in compagnìa onde attenuare i propri difetti confrontandoli con chi sta peggio di noi.




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21 maggio 2007

Little miss sunshine



Per categoria seria questo s’annovererebbe fra i cosiddetti road-movies, film nei quali la trama e le sorprese e tutto il resto seguono e derivano da un viaggio su strada. Uno degli ingredienti fondamentali, e nascosti, di questa categoria è la simbiosi fra mezzo di locomozione e personaggi. Ebbene, qui c’è un Volkswagen furgoncino vecchiotto di quelli che vedresti in una vecchia San Francisco tutti verniciati a fiori & lsd, ma è giallo, e gli entrano solo la quarta e la terza: c’è da spingere e balzare su in corsa, e mai frenare troppo. Per rispetto della regola il nutrito gruppo di viaggiatori, proprio come il furgone, è gente assai improbabile: il padre spera di sfondare con un corso in nove punti sui vincenti; il figlio vuole entrare nell’aeronautica e nel frattempo legge Nietzsche e per voto non parla; la figlia sogna di essere una modella; lo zio gay è il più eminente studioso di Proust ma lo studente di cui è innamorato lo abbandona per il secondo studioso più eminente di Proust; il nonno erotomane sniffa eroina; e la madre crede che questa varietà di petali sia un unico fiore, un’unica famiglia. Tipi improbabili  alle prese col fallimento traumatico ciascuno del proprio sogno eppure…
massì, a spingere magari è più divertente, di sicuro più vero dello stucco da barbie in faccia alle bambine di cinque, sei, sette anni che giocano a fare le modelle perché le loro mamme hanno mangiato troppe vacche con ripieno di gelato à la mode. Infatti il viaggio è iniziato perché la piccola partecipasse a un concorso di bellezza. Però lei c’ha la panza e le altre – si vedrà – no. Così lo spettatore è nella posizione scomoda di sapere della bimba più di quanto ne sappiano i familiari, e che cioè tutto il viaggio nasce da speranze campate leggermente in aria.
Ma la storia c’è. Le facce degli interpreti sono fedeli. I tipi umani sono estremi sì, ma efficaci. Si sale e si scende nell’emozione come loro dal furgone, l’oro dal furgone come una strada che attraversa mezza america. Cosa accade? Si sta solo preparando il finale che è la dissacrazione dell’antiumano, una scena pietosa che per il suo contenuto – e per i tempi comici cui s’allinea – fa letteralmente pisciare sotto dalle risate!
Che bello! Vado a cambiarmi.




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19 maggio 2007

plof



Oggi Chris Dickson si è tolto ogni dubbio. Per intenderci lui è il timoniere di Oracle, uno che fa le pubblicità lasciando intendere di essere nato solo per vincere. E non sorride. E in più somiglia vagamente a Bonolis. I tipi eccessivamente presuntuosi credono di essere antipatici perché vincono. Invece noi comuni mortali ammettiamo una certa simpatia per il presuntuoso che vince, gli riconosciamo quel tocco da ancien regime, retaggio di una vecchia Italia mai morta che accoglieva Napoleone o Arrigo VII. E’ se perde che diventa ben oltre l’antipatico, lambisce l’inutile che si parafrasa col ridicolo. Bene invece il timoniere di Luna Rossa, anche se è duro stabilire quanto merito ci sia nell'affossare un avversario che aveva solo due colpi in canna e uno se lo è sparato nella spalla sinistra. Che poi è pure mancino.

Aggiungo che voglio Paul Cayard. Lo voglio mettere sulla mensola fra la pipetta e il bicchierozzo heineken, di fronte al Che.




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17 maggio 2007

Il diavolo veste prada /4



Annoiarsi davanti a luci e immagini che girano con un ritmo alquanto sostenuto, sottolineate da musichette leggere e familiari per via del mezzo, è roba che sovverte qualche legge sensoriale umana. Questo è il mondo dell’immagine in movimento cazzo!, e annoiarsene è davvero brutto segno per un film che porta nel titolo come soggetto il diavolo. Nel senso che io, spettatore mediamente informato sul passato della mia gente, m’aspetto un meccanismo – foss’anche semplice – che mi va a sfruculiare il bagaglio più fondamentale della coscienza: il male e – per par condicio – il bene. Invece questo diavolo qui può appellarsi quanto vuole alla faccia da gabinetto di gran lusso di Marilyn Streep, ma non riuscirà a farsi spuntare manco l’ombra di una punessa. E questa della Streep non è un’offesa, ma la certificazione di un merito e di una vaga imprescindibilità da bisogno primario. Il punto però è che lo spettatore medio, cui m’innalzo per prenderne voce, dovrebbe prendere i Prada e i Gucci e gli argillosi defunti valentini per asciugarsi l’umido del post-bidè. Questione economica più che altro. Di priorità, a voler essere politici. Eppure mi va detto che il cinema vende sogni, che offre l’illusione di avere nel palmo materie che lo spettatore medio non potrà mai avere. Ed io lo ammetto, ma delimito il campo: sogni e materia vanno imbastiti con una certa architettura altrimenti è aria fritta e digerita.
Il diavolo veste Prada è una puzzetta.




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16 maggio 2007

Allarme Vomero!



E poi c’era sempre uno di noi che avanzava l’idea di andare un po’ al Vomero. Non che avessi pregiudizi razziali da evidente razza inferiore, ma ho sempre preferito quartieri più magna ‘nzevato, per intenderci. Comunque piazze meno altisonanti con meno classi A e maglioni da trecento euro perché sentivo essere quello il mio prezzo intero – e ciò nonostante nessun armatore greco m’ha mai voluto comprare né affittare). Eppure c’andavamo ogni tanto, qualche sera di venerdì quando aveva la patente solo quello che aveva appunto avanzato quell’idea. A mangiare una pizzetta con sugo acido e perciò del triplo valore commerciale, così, per assecondare un amico che voleva sentirsi un attimo alto. Poi c’è riuscito. Ma non allora. Allora le ragazze del Vomero odoravano di fotosintesi clorofilliana invertita, e meno male che manco una mi cacava di striscio perché per allergia le avrei starnutito nell’orecchio, e considerato che all’epoca avevo un chiodo come piercing al naso si sarebbero potute lacerare il tamburo. I ragazzi inutile dirlo, quelli misuravano i coglioni dall’elasticità del pedale dell’automobile e prima di accettare la rissa si contavano i numeri di telefono di qualche amico della Sanità. E poi sparivano sul primo sedile di pelle o alcantara.
Oggi il tiggì regione, sia a pranzo che a cena, dice che anche il Vomero è diventato meno vivibile “nonostante il tenore medio di vita degli abitanti resti sensibilmente più alto di quelli di altri quartieri”. Questo perché i ladri, che sicuro vengono da fuori, si sono rubati anche i lampioni.
I che? Cosa sono i lampioni?
Quelli che illuminano le aiuole.
Aiuole? E che so’? Quella roba che si riempie di immondizia quando i cassonetti sono pieni?
Mannò, sono quelli presso le panchine, dove i vecchietti prendono un po’ d’aria assieme ai barbonicini.
Cerchiamo di capirci: i vecchietti che conosco io restano in casa per paura dei motorini; i barboni mantengono una certa dignità e non ammettono di farsi portare a spasso; e le panchine le hanno rubate il giorno dopo l’istallazione e comunque è meglio così perché qualcuno ci scopava e qualche altro ci cacava – talvolta la cosa avveniva simulteinio e hai voglia quanti stronzi ci sono nati.

 
‘O Munaciell’




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16 maggio 2007

Il diavolo (s)veste praga /3



La valza simulteinio!




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15 maggio 2007

Un attimo qualunque

Irrequietezza è precisione d’azzardo quando sei statico e aneli ai fruscii sulle braccia, e quando li hai senti frastuono quel movimento da chiederti di fermarti. Sarà pure bislacca l’ora, una sentenza d’assoluzione con a seguire l’imprecare di un gomitolo sfilato di stomaco, e allora da piccolo ero portato a fraintendermi, credere che tutto fosse riconducibile – per mano, a mano – al mobile del mulino bianco, i soldini i tegolini i tubolari qualsiasi di cioccolato e i togo, oppure a quei giornaletti sconci con le donne che facevano step col costume sudato (?) o bagnato (ma de che?), trovati sul sentiero d’erba verso i binari fra un filtro di spinello e un oblò di lavatrice. Invece niente di tutto ciò. Quasi mai quello che ti chiede la testa l’ha comandato il corpo. Ossia mai in quei casi in cui tutto ti pare e niente ti basta. Da piccolo sì che lì c’è l’abisso. Poi dopo impari a farci i conti. Proprio a contare, che nemmeno è un bel gesto. E’ che stabilire l’età in cui ci si accorge che il capoccione ha un ecosistema tutto suo – fatto di ombre e cose che non ti dici, di perlustrazioni d’angoli e decolli di parole – non è tanto facile per noi autodidatti timidi. E non è perché uno crede di averci dentro qualcosa di tanto prezioso da otturarla al mondo. E’ più… è più la voglia di farsi prendere. E di essere quindi spesso così assenti a sé da perdere i confini della materia, partecipare. Di trovare una molecola di ogni natura che permetta di traslocare temporaneamente, come astrazione, come concretezza tanto affilata da permutare carezze per linciaggi.




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15 maggio 2007

Il diavolo sveste prada /2



Strambare simulteinio, dice Paul Cayard. E c’ha ragione. Se hai duecento metri piàzzati davanti e rompi il cazzo in poppa. E’ sbagliato andare a cercare le sirene fuori stagione. Che quelle poi cantano e noi non capisciamo niente. Stramba simulteinio! Simulteinio!




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15 maggio 2007

Terza tappa: Porta Capuana – Corso Garibaldi – Porta Nolana

L’allegra brigata del PDN s’arresta oggi “aret ‘e mura”. Tempio dell’odore del pesce, degli studenti frettolosi, dei marocchini che vendono scarpe usate, e dei cinesi che vendono tutto sui marciapiedi. Ma più di tutto ha sapore il pesce, e siccome ci si riappropria degli odori la cucina ha lavorato così:

 

Menù

 


Purpetielli naturielli


Arravogliati e crudi, alcuni vivi, ma senza inchiostro: lo consumarono a scrivere i testi per D’Alessio Gigi.



Piritillo di Nettuno


Piatto complesso ma urgente. Vi partecipano: cordone ombelicale di balena, spremuta di alghe di Baia Domizia, gamberetti in pastella e piscio di rancio fellone, purea di cavalluccio marino, e coda di fantino arrosto.



Persico on the rocks


Gran pezzo di persico accoppato da Tonino ‘o criminale con la sua rivoltella rubata a’e guardie. Servito all’insalata col sapore integro.



Tortina di tarantola


Cialde ripiene di pomodorini vesuviani a buccia spessa su letto di passata di lumache, con presidio di pomodorini vesuviani acerbi (a buccia spessa e verde) e tarantola imbalsamata in glassa. Spolveratina di coca.




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14 maggio 2007

libmagazine XXI

 




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14 maggio 2007

Il diavolo veste prada /1



Come fa quella reclame? L’onda… sbatacchia… il vento gonfiator… sfruscia… sconquassa e scamazza… scarocchia… s’infrange… fertuffia… affossa… paposcia! Bando alle ciance: qui serve doppio nervo nelle braccia e occhio fino, altrochè!

 

[Hanno vinto credendo nella sinistra più degli altri. Che strano.]




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12 maggio 2007

samba pa ti



Ho visto cose che voi umani non v’immaginereste manco strafatti di bombe a mano e sfinteri sfondati. O visto Vespa Bruno gocciolare amore e sudore nel lisciarsi i dorsi suoi manini d’oliva, mentre uno stadio pieno di brava gente salutava a braccio similnazi un ometto verde pistacchio di carnagione e di grazia. E lì, accanto all’alveare, un pretuncolo graduato tesseva lodi per un musicista, uno che sa e partecipa alla bellezza, ma che non la vede negli uomini. E questo è grave, come se la terra fosse una qualunque matassa chimica destinata ad evolversi con la rapidità di un polmone in braccio ai vermi. Allora Vespa Bruno fa il gondoliere, fa Caronte con l’italiano medio, dispone i massi su cui sfracellarsi la pelle delle cosce a inginocchiarsi: ma è bello l’anello visto così da vicino, pare che si distinguano le facce dei canonizzati per ragion di Stato, e comunque ci si sente potenti di riflesso. Così, mentre mi chiedo fra diciassette anni quanti ragazzini carioca di nome “Antonio” arriveranno a far gol in Europa, e subito a segnarsi di croce, lui è ancora lì che gongola, e le truppe regolari attorno all’omino che sa la bellezza e perciò si camuffa nell’orrido… quello guarda dall’alto in basso. Come ci si sente? Come? Con che coscienza un uomo di questo tempo predica umanità e poi accetta di essere mito vivente e tangibile non fosse per l’antiproiettile? Forse solo Hitler roba del genere. Ma andiamo sempre a parare là. E intanto Vespa Bruno gongola pur essendo solo un avanzo irregolare di frantoio. Piccolo, scivoloso, volgare, beneamatamente inutile. Come la mia “o” del secondo periodo: lo so che l’avete notata, e me l’avete pure concessa, magari giustificata e, infine, compresa. Ecco. Appunto. Così funziona Vespa: siamo tutti peccatori.
Quattro gloria, cinque pater, e tre botte a soreta.


'O Munaciell' 




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11 maggio 2007


La durata di una nota, l’affare che si spezza, aritmico urlo di ogni giuntura. Eppure a ogni straziato cuneo corrisponde, chiama, un millimetro di neve e immarcescibile fiore per cui pena, ogni pena vale. Quello di dopo, il silenzio, rasa il cuoio delle sublimi imperfezioni che velano e innalzano… però dio se prima non s’è carezzato idrogeno poco c’è mancato! Su questa zolla ci teniamo stretta la condanna di essere chiodi nati nella carne, e si sa quanto i rossi s’incestino fra loro, e la ruggine altro non è. Però anche godere in bocca a Fausto. Su questa zolla la condanna d’esser chiodi è una proiezione del volere assente del ciocco, della noia della mano armata, dell’amaro metabolismo dell’acido giovane, della cecità visionaria d’una cosa fatta bene, fatta meglio di qualunque miglior modo per farla, della vita iperbolica dell’abilità, e della morte, gloriosa morte della lotta. Quando io stringerò il pugno tu allargherai la faccia, e gli zigomi faranno ponteggio per arcobaleni intercontinentali.




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10 maggio 2007

otto volante




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10 maggio 2007

uuhh, è arrivata la stampa estera!

da Madame Figarò per Franchetiello Fecatiello

"Cher monsieur
Fecatiello plus que votre etudes a la Sorbonne, la longue detention a la Bastille vous a aidee a poursuivre un telle ablitèè cuisinière, n'est pas trallalà
"

                                            Traduzione

Caro Signor Fecatiello, più che i vostri tubi di sorbetto è la lingua che detiene la papilla che – hai idea! – serve apposta per una teglia cucinata abilmente. Onesto? Pe’ carità!

Risposta:

“Cara signorina Figherai, mescolando la lana con la seta e la merda con la cioccolata s’ottiene un impasto colloso da dividere successivamente, mediante bollitura in acqua raggia, in cazzo e mùmmera dell’acqua. Tutto ciò non va confuso. Lei che fa stasera? Mi perdoni la mala creanza, ma sento odore del suo nome coniugato in terza singolare presente, e per lei avrei un presente.”




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9 maggio 2007

Seconda tappa pro PDN: Corso Malta - Porta Capuana

Il secondo pranzo poggerà sull’architrave della cucina napoletana: olio ben caldo, uovo sbattuto, farina e tanta pazienza per pulire la cucina. In una parola ‘o ffritt’. Ricca e variegatissima la disponibilità di piatti ci costringe a scelte dolorose perché qualche prelibatezza dovrà pur restare fuori. Ricordiamo infatti che il nettare di questo viaggio non è il cibo ma l’azione politica del PDN, e che dunque meglio è se il pappatorio assume ruolo marginale. Ciò nonostante quale sassolino si sposta a stomaco vacanto? Ecco allora, priparatev’ ‘a panz’!



Menù*



 
Alicelle pulite, indorate, e fritte


Piatto semplice ma gustoso con eco acidognola acuita dal pepe nero indispensabile. Pescato per avvelenamento da detersivo Dash.

*** 

Frittura dentro e fuori


Coloratissimo fritto di viscere di maiale, di piedi e di muso. Da servire con spruzzata di limone amalfitano affaticato e con leggerissima storta di naso al primo assaggio.

*** 

Fritto d’umido


Fritto di guarnizioni idrauliche infracicatesi per anni d’uso. Freschissime, provengono dalle tubature di scolo del Granatiello (Portici) in prossimità di antichi ristoranti. Intenso sapore di mare, sapore di sale.

*** 

Cuori di passione


Non poteva mancare la gemma della cucina napoletana: il pomodorino vesuviano. Qui, nella sua veste dorata, mantiene e risalta la buccia spessa.



 

'o scèff,
Franchetiello Fecatiello



 

*: in questa occasione, coerentemente col motivo del ritorno, le portate saranno presentate nei tradizionali cuppetielli di carta, che conservano caldo il cibo e assorbono l’olio in eccesso. Inoltre, a chi per motivi di salute è sconsigliata la frittura, saranno forniti due panini e due alici crude da marinare a mare.




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8 maggio 2007

Everything is illuminated



“Overture al cominciamento di una così rigida ricerca”, dice un ballerino di prima classe, superiore, di Odessa che ha imparato l’Inglese dalle canzoni hip-hop e Michael Jackson superiore come lui. L’Ucraina vista così fa bava al palato, piazzata di sbieco in mezzo alla storia da cinquant’anni fa coi nazisti ad ora, col ritorno di un nipote che cerca pace per il suo nonno volato negli States, e cerca la terra dove fu sepolta la donna di quel nonno. Ma c’è un altro nonno e fa da guida, e campa come guardando sempre altrove come il posto suo non fosse quello ormai da decenni, come fosse sdraiarsi dopo una pallottola nella stella di David in mezzo ad altri morti più di lui, di certo più di lui, perché lui s’era rialzato buttando la sua veste e la sua pelle, rinnegandola. E allora sì che campa con la voglia e la paura di rimettersela, e alla fine la trova in una vasca, dopo che già tutto si sia illuminato o, per lui, nell’attimo preciso in cui arriva la luce.
Il film è delicato come passo lunare, mai scorbutico, fatto di immagini più parlanti e più comprensibili del cirillico che dicono gli attori, e colorato da quel prendere la vita come fosse non una cosa seria. Però arriva il momento di affondare la stoccata, e ne fa buco il colpo, ma è ancora un buco d’armonia che fra un tromba e un violino dice che il passato ci scorre al fianco per tutta la vita come noi scorreremo al fianco dei nostri germogli.
Illumina i vincoli, i traccianti, le venature della carne e dell’uomo e della sua storia, come a guardare dall’alto molto alto.

 

Segnalare i film, in quest’epoca di pubblicità che dona valore e sottrae grazia, e se manca nasconde, è la ribellione culturale che ci resta.

Quindi grazie di cuore.

 




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6 maggio 2007

Il retro di Napoli

Era un bel pò che non mettevo le parole in quella forma fragile che ha i suoi illustri nomi e che a pudore taccio, passo avanti. C'è stato il tempo delle candele a mezza notte, e quella voce debole pareva contenere la lama elettrica che segna il pozzo da dove verità caccia capelli, e bagna terra e secca lago. Poi lo squarcio c’è sempre lo squarcio. Da lì si casca dando di petto e al minimo di pancia. Ora ho un ghigno che se il me di notti ed anni fa vedesse ammazzerebbe, che ho perso la purezza. E che non c'è mai stata. Io oggi so che il brutto il gobbo il tozzo è pure la natura, ne è l'andazzo: a chi presume di poter reggere la piuma, a voce d'oca, resta un cinque centesimi bronzato, un ghigno, una modica sostanza di impalpabile carta luminosa, e il punto.
Questo guaio in questa forma e quanti appresso ne verranno si devono a Marzia che sa la lotta del suo nome, a Paolo&Pasquale che chi sono loro, loro lo sanno.

(cioè: accetto contributi, offerte, sovvenzioni, ma declino ogni responsabilità… mi si dirà “posizione comoda!”, “ma io sono l’autore!” gli risponderò)

 

 PIAZZA GARIBALDI -il retro di napoli-

 

semi schiusi in rododendri scalzi
fuori piazza lo stomaco la statua
li soggiace lì un rotto di strofa
e quanto fiore storico bifaccia
 
generale del deserto e dei due buchi
la sua falange magrebina fuma
del grigio e nero pubico su scala
di loro il cui di sotto sa di vento
 
frolla un muro, di quel vento slavo
diminutiva in neve dice di seconde
linee pertiche tetrangolari sangui:
vecchio mio vico vedo vita cieca!
 
generalessa del mare e del ponteggio
napoli quando ne fai di brina una bisaccia
e quei quattro sgherri della piazza
faccia la dice punti cardini e molliche
 
dai dai dai, di scimitarra straccia
tratta del grano ché si nutre il tempo
ho i polsi rotti, o mia ma donna
ripetuti, o mia am abile puttana
 
che paghi a dadi un rutto con un alito
per comoda dar di chiazze in nero velo
scosciando te in tondo e tutt' un palpito
col medio mio che ti spertosa il culo

O'Munaciell'










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6 maggio 2007

E' partito il bastimento: menù per la prima tappa "Il sud prima di tutto"

Nella prima tappa (Cimitero di Poggioreale – Carcere – Corso Malta) di questo viaggio innovatore a mezzo tram procurato dalla "trammisgood s.p.a.", sarà allestito un ricco buffet in coda al suddetto mezzo.
Si tratterà ovviamente di un pasto leggero e comodo perché siano agevolate le fatiche cui andranno incontro i militanti, ma altresì nutriente e genuino.

Antipasto: Il rincaro carnale

collage d’affettati di porco avellinese, con pasticcio al burro e all’acciuga di “dietro le mura” e fettina di banana avanzata da casale munaciello.

 

Primo piatto: Verde ‘gnurante

Involtino cretino in piatto cretese, con crema di cucozza & cucuzzielli & piselli, sfoglia di friariello a larga foglia e ripieno segreto al succo caprino.

 

Secondo piatto: I quattro palazzi

Pane cafone con spalmato di trippa di vitello ubriaco a Nero d’Avola e rhum, con aggiunta di acini passiti e alloro poetico in abbondanza.

 

Dessert: Pummarulella ‘doce

Torta al pomodorino vesuviano, piccolo, tondo a buccia spessa.

 

 

Il cuoco,
Franchetiello Fecatiello.

 




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5 maggio 2007

Infermo mentale, tu fosti coglione

                            

Mah, coglione è un seme univoco e non è che lasci troppo spazio sia da nudo sia in mutanda. Però se uno ha classe sa come riacciuffare le idee vecchie e spolverarle di saliva come il pataterno faceva con quel damo.
Infermo mentale. Infermo mentale pare dissociarsi dal coglione perché niente, e qui non mento, può essere definito mediante aggettivazione di ciò di cui è privo – nel coglione la mente – (potresti dire della donna che ha il cazzo moscio? E del Berlusca, puoi dire che ha i capelli troppo biondi? E del papa puoi dire che si tiene eretto più che retto?).
Ma attenzione, dicevamo della classe del pelo di topo per capello: “infermo” è il flusso che associa. Quest’è poesia, ragazzi. Che il coglione sia infermo lo sa il maschietto già dai dodici, e non c’è storia: lo sa da che si muove sempre e non trova pace finché non perde il peso e il contenuto, e lo sa pure nell’altra e principale accezione della voce “infermo”: “malato”. Quante volte, infatti, la prima ragazzetta mentre distrattamente le accarezzavi col gomito la tetta t’aveva detto: “malato’! scinn’ ‘a cuoll’!”*.
Si tratta solo di trovare una nuova funzione all'aggettivo "mentale". Presto fatto: qui non s'intende "pertinente alla mente", bensì " -alla menta". Ciò trova ragione nella deriva morale del popolo di sinistra, o comunque antiberlusconiano, e nelle sconsiderate e abiette pratiche sessuali che quel popolo, zeppo com'è di gay e lesbiche, esercita non disprezzando l'uso di droghe leggere.
Noo, quest’è vera poesia! Sottile fina fina! E le parole già dette si legano alle nuove per procedimenti che sembrano arbitrari ma che in realtà sono geometrici. Della geometria d'un tuppo pendulo.


*: espressione gergale che traduce "o ragazzo divorato dal testosterone, scansati un po' "




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4 maggio 2007

Come Harry divenne un albero



Questo lo consiglio vivamente. Non è come con Lynch, che a me piace un casino ma capisco benissimo che può disturbare e stizzire. Questo è per tutti, ed è un obbligo. Leggero, scorrevole e sempre sorprendente. Ironico tendente al grottesco, ma con pitture poetiche di intensità, ancora, sorprendente. In un borgo irlandese, 1924, un matrimonio innesca un vortice di rapporti apparentemente semplici, ma resi complessi e affascinanti dal dominio del burbero Harry, a un passo dalla follia, ma una follia simpatica, ironica. All’ombra delle sue grandi mani si muovono il figlio (che è un attorone che si era fatto amare per 28 giorni dopo), la nuora (irlandesina a modo e un po’ troietta, ma -etta), e il nemico giurato col suo stuolo di donne (“devi sceglierti il nemico più forte!”). Bello bello. Un finale che è la perfetta chiusa per uno sviluppo indeciso fra commedia e tragedia, ed è appunto la fusione delle due sorprendente mente. D’altronde li avete mai provati i cavoli? E’ del tutto acclarato che se i cavoli marciscono si debba parlare di sfortuna? O è un bene? O comunque, essendoci il marcio, un male? Io non so dirlo, è soggettivo il fatto quanto un primo piano d’un quercione o dio sa cosa.
Il regista è serbo, e s’apprende dai titoli di coda che non poté girare il film in patria perché esiliato, così pensò di farlo in Francia, poi in Italia, infine in Irlanda, perché la terra di Beckett… perché serio e burla etc etc...
A me innamora il fatto che in Europa ci sia un legame sotterraneo (Underground!) che va dai Balcani al flamenco, dalla tarantella alle danze celtiche, un legame che regge le manifestazioni più popolari, quelle più genuine, e che poi questo gusto borghese, questo amore per il trattenuto, questo contegno che ci è derivato dall’emulazione del mondo dei pochi e ottimi, hanno seppellito. Ma a volte spunta, come un cavolo, chiatto chiatto dalla terra. E quando spunta mi sento meno universale, meno solo.
Guardatevelo.




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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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