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ciromonacella
'o munaciello


Diario


29 novembre 2007

Trailer munaciello - La Rossa In Rosso


29 novembre 2007

il gallo di Perugia

 

Niente che mi fermi. Senza fermi senza fermi!

Tutti all’erta la terra annunzia, sta

Ferma mentre balla ferma mentr’arraglia.

Il coro è parte di me come io parto da lì

E lì giungo quant’è vero che son giunco!

E tu e tu e tutu donna che mi dai di spalle

Con le gote rosse e le ciliegie in labbra

- la senti? dico, la vena che frigge?

o è fantasma che pupille traccian?

E tu e tu e tutu donna che mi dai di fianco

C’è dell’olio il cui fumo… no, non ha idea non hai dea

Non hai idea perché pensi alla spallina

Confondi la stoffa con la pelle, bella

Balla bella, fai come la lana: bela!

Non so se né so quanto ma

- periodare snesso che mi corti -

Un impaccio mi locchia la lengua, tùrgidami

Tu, tu mi turgi?

Turpe proterva miccia di Minerva

Consigliandomi zolfo t’offro vampa rossa

Strisciando, se sì fai, un segreto una sorgente

Caldo e luce luccicando luccicaldo cigno sei

che cingi.

Sai di me perché respiri il mio respiro

Da che ho colto prematuro il passo tuo

Il modo obliquo che baci la tua paglia a destra

Il modo obliquo con cui soffi i tuoi grigiori sopra

Il modo obliquo con cui lotti il vento nei capelli

Il modo obliquo con cui bondeghedeghedeghebondegheban




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28 novembre 2007

il giallo di Perugia


L’hanno visto tutti entrare col sigaro in bocca, entrare chissà dove. Una casa, si suppone. Quella del delitto, si spera. Cenere sull’impermeabile, era lui, sguardo freddo di chi suppone con la fermezza della buona supposta. Era il detective Hans Stoppeln Moenkaeler di monaco, della piccola monaco. Ha osservato in giro e ha trovato la soluzione al giallo che non fa dormire gli italiani. [A tal proposito Renato Mannhaigger, esperto calcolatore di opinioni in trasparenza, sostiene che il giallo per questioni di tonalità sia la seconda causa di insonnia in italia subito dopo, e non prima, la pornografia notturna che è la prima – di sovente essa stessa associata al giallo, non inteso come colore, né come tonalità, inteso allora come spago teso con poco sugo e qualche frutto di mare].

Il detective ha detto: “Insomma, credo sia altamente probabile che la ragazza sia casualmente inciampata su un fantoccio vudù o un dildo, e sia andata a cadere sulla lama di un coltellaccio prussiano lasciato lì per terra; la gola le si è recisa e la morte è sopraggiunta qualche ora dopo per dissolvenza sanguigna senza che i presenti riuscissero in quel lazzaro di tempo a comprendere, a concepire che non si trattava di burla imbastita ad arme ma che l’urla, al contrario, erano reali. D’altra parte s’è sempre detto di tenere i coltellacci fuori dalla portata dei bambini… tuttavia, considerato che da che mondo è tondo la portata dei bambini è patatine fritte con carne (o cotoletta alla milanese o hamburger alla amburghese) si evidenzia come il coltello sia indispensabile alla portata dei bambini appunto. Per queste funzioni e non per altro si ritiene dunque colpevole la defunta stessa, sia per non aver saputo competere in bellezza con la ragasuola meregana che un par de botte glie le daremmo volenti, sia per non aver lasciato indizi sulla incipiuta malcapitanza dell’inciampamento. L’inchiesta è tolta.”


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27 novembre 2007

libmagazine on line

Libmagazine s’è tagliata il tuppo, come me.

Una grafica più ordinata e, soprattutto, la presenza di tre archivi:

interviste, editoriali, e (eheh) delle mie vignette.

Adesso è di più facile consultazione

pur conservando l’ampio spettro di temi e argomenti.

 

Dentro interviste a Suttora (Fronterrè) e a Morganti (Costa),

ma molto altro ancora tra cui segnalo il pezzo della mia donna.

Io ragiono sul Beowulf messo in scena da Zemeckis.



Aggiornamento delle 23.20
Solo adesso mi fermo, mi ritaglio il clima fra le coperte modo placenta.
C'è da dire che Fronterrè ha fatto un gran bel lavoro. A lui va il merito di aver
fin dalle prime battute spianato un'altra strada nel colloquio con Suttora.
Una stradina parallela di quelle di provincia, una trattoria al margine destro,
una zoccola a quello sinistro, due ragazzi che guidano sbuffando tabacco
e ragionando da cazzoni sulle cose serie. Lo dico, cribbio, che per le cose serie
bisogna saper essere cazzoni! Grande Michele al servizio, e ottima la ricezione
di Mauro Suttora.

 


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26 novembre 2007

squirtin'quiz

"basta con la politica dei parrucconi"
 
ipse dixit-ipse quis?


a) Beppe Grillo

b) Adolf Hitler

c) Jean-Paul Marat, detto o'ggiacobbin'

d) Silvio Berlusconi detto l'unto

e) Gesù di Nazareth detto silvio
 
puoi ritener necessarie almeno tre opzioni
 
 
 
                                             Karen Frisk


26 novembre 2007

la scelta del titolo non è mai locale

Sta per tornare Adriano Celentano. Ho mal di testa. I buchi di parole valgono miliardi. Essere pagati per saltare le parole. Per annullare le frasi. Essere pagati per pubblicizzare l’interruzione del pensiero senza riempirla, quell’interruzione, di alcun pirla di rien (niente). Però c’è qualcosa di drammatico e ricreativo in tutto ciò, come diverte, a suo modo, la lacrima della signorina in foto quando al signorino in foto gli si ghiacciano i polmoni.
Il sogno di chi cerca qualcosa dalla scrittura… no, dalla tessitura, da qualunque tessitura, è accumulare una buona dose di filamenti per farci un giorno, il giorno del sogno, quantomeno un baco. Per avvolgercisi. Cisì. Ma il sogno superiore, quello così alto che la fantasia onirica svapora all’avvicinarlo, è far farfalle senza adoperare filamenti. Fare materia nel vuoto. Poi sulla natura della materia, sulla sua temporanea condizione chimica, lì si gioca la calatura del manifattore. E il passo fra merdaiuolo e cioccolataro è breve.

Un posto miracoloso è questo cucuzzolo nel mediterraneo. Osanna, osanna, osanna.


24 novembre 2007

la scelta del titolo è sempre casuale

 

Sto tornando – un po’ di pazienza, lo dico soprattutto a me. Ringrazio chi è passato di qui in mia assenza: è bello trovare anime per casa al ritorno: graffi sulle sedie, forfora nel lavandino e strisciate di sudore alle pareti. Sto tornando.

Nel frattempo mollo qua questa. Chiamiamola, strisciata.

 



Bradisismo

 

Barca ch’attracca al lievitar di nembi

Orso, germoglio, lama pugnalante

Spareggiato il sale fa il corsaro

Bitume, scolo, capovolto monte

 

Fossi porcellana godrei dei fratti

Resto, grado, moneta che scintilla

Mentre è lingua sciolta questa corsa

Stallo, stecca, Oceano sotto Scilla

 

Oltre i miei talloni vapori e tuoni

Ché quanto efelidi e brecciati nastri

Morbida terra fa di passi fossi

 

Così piange, e langue: chiama ostello

E mormora, vacilla, ne fa impiastro

Del goccio s’abita, e polpastrello rosso




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20 novembre 2007

La scelta del titolo non è mai casuale.

 

Mi pare d’aver visto in grafica “Il popolo delle libertà”. Identica a “La casa delle libertà” (anche significabile con “Il polo delle libertà”), cioè pallina bianca a contorni blu come il testo, magari anche tricolore infilato – che non fa mai male. Stesso carattere. Brutto carattere. Lampante segno che il cavaliere intende tenersi i voti delle orde di inetti e sbadati che votavano per il polo (e cioè anche per Fini e Casini e Bossi) solo per sé e per chi vorrà riaccettare la sua leadership all’interno della nuova pagliacciata. Segno inconfutabile a sua volta che il cavaliere mette la sua carriera politica (e, porco mondo, il destino promesso al nostro paese) in mano agli inetti e agli sbadati. Ci punta sopra il capitale (si rotola nella tomba il tedesco). Ci scommette tutto, come ha sempre fatto. È il prestigio, l’illusione ottica. È, come Pablo Escobar (fu narcotrafficante), el magico.

Ma andiamo più dentro.

La sola differenza fra il polo delle libertà e il popolo delle libertà è l’opposizione polo-popolo. Ciò che la crea è la ripetizione della sillaba po. Cioè po-po, quindi popò.

Il popò delle liberta.

Ora sì.


Sottotitolo: entrate, prego, entrate.


20 novembre 2007

segue dalla testata

 

Ieri sera, scosso da spiacevolezze che incupiscono me e i miei cari, per solleticare un buon sonno ho messo mano alla scorta di ottimo nepalese avanzatomi dall’Olanda. L’hashish quando è buono ed è consumato dall’uomo nella giusta postura mentale è in grado di smuovere le palline di ruggine dagli angoli più inaccessibili della mente. E mentre Bruno Vespa brontolava con tono vecchiamente paralitico che la canna s’è animata/armata per sparare una secca coltellata in gola alla pulza ‘nglesa, ricordo d’aver fatto pensieri profondissimi. Giuro. Profondissimi da paralizzarmi. Così profondissimi che quell’ape melanomica non ne sfiorerà mai neppure una ciocca di capelli, mai.

Sono annotati in graziosa brutta grafia su certe carte. Che non ho rollato.


20 novembre 2007

libmagazine numero 14

Un ricchissimo numero di libmagazine.

Intervisati Pannella, Zanetti e Luxuria.
Castaldi e Nardi sugli scudi.
L'eguaglianza di Cangiano.
L'economia di Morandini.
Questo
è quello che io penso dell’ultimo di Battiato.


19 novembre 2007

Il quarto uomo

Probabilmente un pusher, uno spacciatore, uno che guadagna se i sogni che vende alla gente non funzionano dimostrandone così, per sé, la bella funzione.

Uno così, uno abituato alla scena e al colpo di coda del morente.


18 novembre 2007

Salutiamo con questa faccia il salutismo di facciata

Un’ordinanza comunale emessa dall’assessore alla sanità Gennaro Nasti impone il divieto di fumo nei parchi cittadini napoletani in presenza di bambini inferiori ai dodici anni e di donne incinte.


[Prego, qui clicca play]    


Musica, maestro. Pretty woman puttanata di gran classe, grande cipria sul facciotto cicatrizzato dalle pustole cacofoniche che suonano “allarme fumo passivo”, sirena spiegata contro farfalline notturne, puttanata d’alto borgo marinaro, questo è il gusto. Un gorgoglio, un gargarismo di muco d’argilla di vecchio polmo incancrenito, o mia Napoli che ti lasci fare! Avanguardia un cazzo. Ché alla donna incinta e al bambino inferiore ai dodici anni fa forse bene l’apertura prematura dei sacchetti neri dove imputridiscono all’unisono lische di pesce, croste di crostaceo, smilze di fegatelli a aceto, lattuga impapaverita, latta impoverita, olio fritto olio crudo olio grasso di porco scannato in piazza, gomma arsa, salsa di tonno, budella d’assorbente pregno, carte spermocolme, emostasi in polvere, flutti galleggianti, gialle bucce, avanzi di bucchini acerbi.

Questa è la strada, assessor Nasty, che porta al parco dove tu joggy con le tue pacchetelle sode.


16 novembre 2007

certe cose inutili

Una vita fa, quando ero ancora uno sbarbatello mignottaro, mi pare d’aver fatto qualche anno di giurisprudenza. Poi l’ho abbandonata, come i grandi letterati (… intraprese gli studi giuridici poi abbandonati per passare a temi e interessi di più difficile collocazione sociale e di gran lunga meno remunerativi…). Eppure mi pare, in questa ricerca di dar certa sembianza al passato, che fra una fichetta e l’altra (oh neutri tempi andati!) sia capitato su un concetto basilare. Ora è dura smuovere il calcare e riacquistare brillantezza, ma mi pare che l’omicidio volontario si distinguesse a quei tempi da quello colposo per la volontà – guarda un po’! Mi pare, ancora, che colposo facesse e faccia riferimento alla colpa – ma tu vedi? – comunque imputabile, escludendo la volontà. Ora io, non avendo alle spalle nemmanco un anno di studi neurologici, non so dirvi se colui che ha l’arma semplicemente cacciandola dalla fondina esprime un atto di volontà, ma so dirvi, avendo alle spalle un variegato campionario di giuochi a pistolette e piedi di tavoli interpretanti mitra, che l’unico modo per sparare è cacciare la pistola dalla fondina.


15 novembre 2007

la bella e la bestia

La linea di Santoro nella prima parte della puntata di oggi di Anno Zero è chiaramente un dito contro la polizia. Si comprende, e si fa anche facile l’affabulazione considerati gli episodi di scellerata violenza, di cui si sono resi protagonisti poliziotti, in studio citati (pestaggi a morte di poveri diciottenni, il solito vergognoso e incompetente G8, etc.). Fin qui ci siamo a patto di considerare ogni singolo scempio come espressione di singola scempiaggine di singoli uomini scem(p)i.

Una cosa però non è tollerabile. Viene data la parola a un giovane “ùltras” di Potenza. Ebbene, questo sovvertitore sperimentale d’accenti, rispondendo alle nobili e compiaciute e accomodanti domande della bella Borromeo, sostiene in modo naturalissimo – senza che né la bella né la bestia gli rendano meno dolce la pilloletta – che esiste una dialettica poliziotti-ultràs. Come si parlasse di padri e figli, di Camillo e Peppone, di aglio e cipolla. Il giovane sperimentatore ha l’idea, fatta passare placidamente dal conduttore, che la logica azione-reazione sia applicabile al rapporto suddetto, e non sente il bisogno di specificare – perché nessuno glie lo chiede – in virtù di quale posizione occupata dagli ultràs nella società italiana – quale scopo – si possa o si debba considerarli come collettività dotata di parola. Egli farnetica, per carità anche con buona proprietà di linguaggio e scioltezza di palato, e dice che fra tifosi c’è la galanteria dei pugili, che ci si combatte – afferma che lo scontro è parte integrante e fondante del dna dell’ "ùltras" – ma all’ultimo gong si è capaci d’abbracciarsi e di finire in goliardia. ‘Stu strunzillo.


15 novembre 2007

apriti cielo

La noce dell’invenzione è l’individuazione di una nuova strada che per motivi pragmatici o estetici sia preferibile. Ecco fatto. Oh, ma quando si dice che siamo inventori mica si scherza. Proprio così funziona. Si merletta il merlettabile, s’uncina, s’aggrappa un telo e lo si fa girare in decorazione lì in quel punto che pareva asciutto, che ora ha tutt’altro labbro: più accogliente o più bello.

E così Matarrese, presidente della lega calcio, vista la situazione d’emergenza cosa fa? Individua dal basso della sua decennale esperienza salottiera una strada alternativa a contrastare la morsa sciarpofila che tiene in scacco il pallone. Essendo nata subito una sincera sintonia col cardinal Bertone, così dice, “il calcio si affiderà alla chiesa”. In sostanza sarà creata “una commissione consultiva-etica” di cui Bertone farà parte con i suoi consigli.

Apriti cielo. Nel vero senso della parola: apriti, scendi sul pallone e illuminagli la strada prima che il prete, l’esser prete, si mangi come al solito la bellezza!

Si tratta ora di capire se Matarrese ha inventato questa soluzione per motivi estetici – la croce innanzitutto, portata innanzi alla processione; poi la processione: la missione evangelica, l’incenso e la mirra, fumo negli occhi, oppio popolare; le solite boiate sui sani valori sportivi e sull’impegno sociale delegato ai preti – oppure se i motivi dell’invenzione siano pragmatici –  la croce innanzitutto, portata innanzi alla processione; poi la processione: la missione evangelica, l’incenso e la mirra, fumo negli occhi, oppio popolare; le solite boiate sui sani valori sportivi; l’impegno sociale delegato ai preti.

Aggiornamento del pomeriggio. Il commento di Eginone:

non senti che solo a pronunciare la parola matarrese, il gesto
si arresta, siamo tutti in modalità pause, lui arresta il tempo
e mentre noi siamo inagibili compie le sue malefatte, benedette
dal passato da tutti i passati, tu sei il futuro non nominarlo mai
lui ritarda la tua felicità!


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14 novembre 2007

Trailer munaciello


13 novembre 2007

Libmagazine on line

Un imperdibile numero di libamagazine: il nostro Martinelli faccia a faccia con Bordin; Fronterrè autoritario sulla sicurezza; Mirko Morini sulla conversione dell’energia; Belli Paci sulla legge elettorale; io scacazzo su pornografia ed erotismo, ma scacazzo bello; Sergio Sozi sul poeta Dane Zajc; Monica Costa sul mercato dell’arte. Poi le solite rubriche che considerarle solite è peccato mortale: il dardo di Nardi; il ritratto di Fronterrè; Gordiano Lupi con “Dimenticare Cuba”; e l’ “unicuique suum” di Castaldi.

Mia la vignetta.


12 novembre 2007

Responsabilizzare gli ultràs, perché prendano coscienza del loro posto nella Storia.

Questi sciarpofili incalliti, questi erotomani del gregge, non vanno accusati né attaccati. Solo responsabilizzati. La responsabilità che gli si deve inculcare è quella della rissa: se ti cacci in una rissa, tu sicario del buon canto, devi sapere – o apprendere a forza di piombo – che la gioia di spaccare uno zigomo porta sempre dietro di sé, con sé, la noia che lo zigomo ti si spacchi a te. È per questa piccola norma del mazziare che a una certa età si smette con la strada. Se ti cacci in una rissa vuol dire che rinunci al verbale, scarti, zomperelli verso uno stadio successivo – o antecedente – che potrebbe avere, come in effetti ha, un suo moderato fascino, ma che include in via naturale l’impiego della forza maggiore da parte di chi di tale superiorità è per indole dotato. (Ora toccherebbe capire se nell’indole del poliziotto l’arma da fuoco sia prolungamento della lingua, del cazzo, o del cazzotto. Ma questo è passo solo ulteriore alla responsabilizzazione dell’ultràs, passo anche ignorabile, ciò che resta è che al pistolero in questione Lee Oswald glie fa ‘na pippa).

Nel frattempo gli ultràs d’Italia s’alleano per la morte di uno che se avessero beccato – penso agli atalantini in particolare – da solo in un parcheggio d’autogrill avrebbero legnato a sangue. Ma s’è detto pure troppo. Così mi tocca concludere in modo (pro)positivo: suggerisco un meeting di sciarpofili incalliti, di erotomani del gregge, in una grossa piana stepposa, magari seminata a grano, magari il tavoliere delle puglie con questo suo nome azzerante… propongo che si lottino fino a che le ginocchia li tengono almeno su tre piedi, con tutto, armi da taglio, arti marziali, sputi in occhi, bastoni, vibratori, colpi di zinne di fidanzate fedifraghe, ancate micidiali delle loro madri zoccole, e ancora infilzate di corna dei padri, e scherme di piselli mosci… finché nessuno, o solo uno, non resti in piedi. Lui lo facciamo presidente della lega calcio – è un premio, si capisce, concesso all’eroismo del bacato (qualità remunerata in certi contesti). Gli altri, in qualità di scorie, giù dal tavoliere, nel cestino, nello ionio.

Grazie.

 

Un dato è certo. Sorprendente, inatteso, precoce fosse stato coito: da oggi la storia del nostro paese sarà diversa, forse quella del mondo intero. L’umanità ha fatto il salto di qualità in cui i carbonari fallirono, in cui si sperperò il sangue del ’48, in cui si consumarono le fantasie del ’68, in cui tutte le rivoluzioni lottate hanno fiaccato la loro pulsione: c’hanno pensato loro: gli ultràs.

Ieri, 11 novermbre 2007, è avvenuta la prima rivoluzione degli ultràs.

 

Vedi come stiamo messi.


10 novembre 2007

Il calcio da dentro (testo a quattro piedi)

 

Pino Costante (pensa senza rispondere):

è questo campo di merda, pozzanghere e detriti, eppure quando non gioco qui, non sto a casa: ogni dribbling sfetacchia... arriva la pelota... palo, e che è successo? - il regista si ferma e comincia a raccontare:

ricevuta la pelota il primo trullo è  saltato, come un cristo, poverino: la pelota, lei, rallentata dal viscido amore di una pozzanghera, lo mette fuori tempo - ed allora si comincia, campo aperto, ne restano due, ed il portiere, con un compagno di squadra, tecnicamente un alleato, che non ha capito un cazzo di quel che succederà: lui si mette a destra e Pino va nella stessa direzione, esterno e leggera accelerata. I due difensori entrambi a destra: uno su Pino, l'altro sull'altro; a quel punto avviene, il cambio di direzione repente: esterno verso destra, dicevamo, e poi: un attimo prima che il difensore, enzo, penzo, reagisca, un attimo prima che posi il suo piede sinistro per tenere l'accelerazione verso destra, allora, si va a sinistra. Lui, penzo, scivola cade, smette di esistere sulla scena, ma l'altro, e l'altro sull'altro, ancora respirano. L'alleato, scioccamente, come sempre, non pensa neppure ad allargarsi, limitandosi lamentandosi che in fondo la palla la si deve passare - non a te pensa Pino, cretino no no - resta lì, e pino per evitare il difensore che lo marca - a che pro, minchia - tocca ancora la pelota leggero d'interno a sinistra ed il portiere - d'improvviso anche i morti - accenna resistenza, viene poco in avanti con le gambe semichiuse che un tunnel già l'ha preso, ed allora si scivola ed anche la pelota si allunga verso la fine cosicchè un attimo prima della disperazione ve n'è una soluzione, saltare leggermente allungandosi d'avanti, staccare col sinitro, fermo duro impatto d'esterno controtempo di destro -di ritorno di nuovo a terra col sinistro, mica banale - ...primo palo: palo. Ed è lì che persino l'idiota alleato, vile urlante, trova ragione: raccoglie il palo interno, con una certa insicurezza deposita dai trenta centimetri. Tutti contenti, tranne uno. Drenante, a parte, con quel suo nome da stopper, credo, dall'altra sponda rimugina e rimastica: il suo dritto all'incrocio un'attimo prima lo arrapa ancora.


Perché? Cosa è stato?

Il regista si maneggia la pancia e non già lascia il racconto:

è stato che ogni stato non fa a meno dei confini, linee di cesso, bianco ceramicale che un rumeno con moglie nello spogliatoio offre alla congrega come polvere di Colombia. Un volatile, no! è la palla che spellata brucia gli occhi congiungendosi al riflettore, scende, scema – anche i volatili hanno un’intellighenzia, sì -ghenzia. Dante Drenante, è sì d’uopo il nome, coccola la colomba con la zolla dei laccetti, la superfica alta della sciarpa: incolla. Rimbalzella, prosopopea di pulcinella. Volta gabbo a destra e a manca per scovare direzione, e via ciuf ciuf si sgroppa sul terriccio. Drenante corre a sette ritmi quando può, interscalando il fallico astone come un tempo renault4, alto alto ciuf ciuf a vapore. Come musica che s’incrosta ai diversi battiti del cardo, ora è melanico oppure è seghetto solare, così deve correre Drenante. Destra ha Dante il compar torvo Tazio, tozzo, che sta all’ala come il pollo al tetraedro: egli rulla non corre. A manca inopportunamente scende il lungo, un compagno con ponti per cosce e lanternino per cervello, che sta all’ala punto e basta. Eppur che gli si copre l’ombra per il difenso che scartella all’indietro ello, il lungo, peregrina tuttora coi piedini sul confine: didarla! a lui! Ma Drenante, lo insegnate voi, deve possedere un’indecenza aggrappata per natura all’elementare gravità del cascare, e mica tollera – non tolla! – che una retta perpendicula alla porta s’infranga nell’ottuso triangolo della fascia. La fascia, pensa, è una bruma che chiude la mia chioma, non certo un universo. Gli cenna d’accentrarsi ché i defensi stanno vasci, acclimatati ben benino alle correnti limitate delle strisce, e non sturano l’area per terrore d’esser cappottati dalle intervallanze statiche di Dante. Drenante Dante, come si conviene al sommo che lasci all’inferiore la licenza di cazzare per poi assommarsi tutto il divenire, pertugia le stanghette del difenso di manca destinando la colomba al lungo. Quello che fa? Non fa. Ovvero: controllo balbettante, suola, interno, convergenza, lento lento, esterno tacco, s’arravoglia bestemmiando, sputa, molla, s’arripiglia, rauco ostina precedenze, becca calci, dà pedate. Confusione che chi vede ad altre soglie affatto non tolla: il tempo non s’addomestica a chiunque e Drenante sa, vedendo egli oltre il sensibile, sa che il lungo ha i ponti ma non l’acqua sotto, ed è secco compagnone ridolone ma improprio alla sua esistenza del momento. Armadio senza scheletro. Rimbalzella rotolina a puro caso: dalla frottola del lungo col difenso oltre a polvere e madonne fanculate la colomba bianca e nera imposta un mulinaccio fuori all’area: questo è. Coordinando l’esterno mentre punta il destro verso manca s’ottiene la postura di piede buona per potenza e giravolta: la colombina è disarmata e deve parabolare sul secondo ferro con effetto a uscire. È l’incrocio che suona, o la lancia in armatura. Dang fa.


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10 novembre 2007

prove tecniche di rassegna stramba

 

A Perugia – ambientino universitario (altrove, a torto altrove, definibile crapula etc. etc.) – le sensazioni son spertugiate sì tanto da impecollarsi la lama compiutamente errando l’elsa vicendevolmente in triangoli poco affatto desiderati, canta re è nato zero in previsione ai ministri e ai comuni: ma solo dal prossimo governo, intanto che c’è crisi pollitica – non mi si leggano né imputino inflessioni aviarie in quella doppia lelle. Sarà che sociologicamente non valgo una picca, ma sociologicamente preoccupano le condizioni brontosferiche del gran vento e giù col tempometro s’ossida il mercurio, dunque pianeti. Calcolando l’angolo d’impatto della luce del sole sulla terra un certo scienziato non so in qual modo dimostrò che la stella non risiede effettivamente nel luogo in cui la vediamo sedere: clamoroso: la stella è vagabonda – si ritocchino i testi dei nomadi. Veniamo ai rom: calcolando quel coefficiente numerico già detto s’ottiene una formula giuridica mai fallace per cui rubando un etto di prusutto si finisce al fresco per 14 mesi. Abbiamo però già detto della temperatura che scende, no? E allora? Cribbio. Berlusconi vuole Adriano l’imperatore, ma l’imperatore Adriano è passibile di pessima fine avendo egli tutto, da subito, psicologo allarmato, la palla è rotonda e si gioca fino al novantesimo, vigliacco! Ma T. T. Henry Pottèr a sua discolpa afferma di non essere il tipo d’avventura d’una notte e via dicendo quando mai, nemmanco in perugina landa, s’era sospettato in quel tremulo latticino il chiavettiere. Attenzione però: a Battiato fa schifo Tarantino, a Tarantino fa schifo il cinema italiano, al cinema italiano fa schifo il cinema, al cinema fa schifo l’albero, il fiore, il seme, il frutto, di nuovo l’albero, poi il fiore e così non se ne esce più. Maturità pischelli! Schifo è una parola grossa, senz’altro più grossa di mai e di gran lunga più lunga di e. Chiudiamo con la lotta ai vertici dell’arte: al People’s Choice Awards, unaididsteizovamerega, se le danno di Santa Ragione i pirati dei caraibi, spiderman, e bourne ultimatum. Ma è quest’ultimo a godere dei favori del favorito. Se ne parlerà su questo flavoured toast blog, yeah. Ricordate: schifo è più grosso di e.

‘O Munaciell’


9 novembre 2007

se la notte fa l'atleta dipende dalla gara ma, dico ma, potrebbe anche saltarti

 

Mi pare di poter finalmente individuare la misura adatta al momento. È poco più ramificata di un trifoglio, poco più densa di un soffio, e per afferrarla devi spremere gli occhi perché vadano come la vista, di più. Non so di cosa parlo e questo è grave per te, per te che leggi, se leggi, ma poi perché? Posso ammettere la farneticazione, è un esercizio di raffinamento, ma la speculazione, la fede, queste sono assurdità perché niente di… Se la mente avesse una forma saremmo individuabili. Credo che questa sostanza aleatoria, la facilità con cui la discrepanza è in terapia ovattata, il suo dimenarsi fra lo stato e il sarà, sono della competenza delle armi. In fondo è buona l’attesa – di tutto, pure del sonno. È come un regalo destinato a non scartarsi, che se stracci la carta già non è più regalo, l’attesa.



Allora vieni notte –
ungiamoci un po’ le arterie – vieni notte a spifferare lastre di buio così che il primo crine d’elio possa recitare la sua scena di percussione e abbaglio, e quanto più dura sarà la tua lana sul mio petto tanto più dei rintocchi del mio cuore serberò spettrali echi, e un passo lento di radice che flettendosi dimentica i suoi limitari. Vieni notte, notte apiforme che di note tingi le pie forme dei mattoni all’ombre, la tragedia ti si annida in seno, ma a quale tragedia s’orienta il cinguettio d’un’ala che non raccoglie aria perché spoglia? Ed ala a chi, a cosa, a qual pianeta? Ma ecco dal remoto e dal taciuto petrolio scorre un transitorio destro, vento, vento che chiama solo sé per sigillare il moto, e che sparge dalle argentee dita un canovaccio ossuto: luce già, come oriente, un tronco di cielo a inabissarmi ancor.




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8 novembre 2007

diario

 

Mi fa male la schiena. Succede quando cambia il tempo. Cambiare il tempo… roba da rivoluzionari, da azzeratori, e poi ti fa male la schiena. Cazzo, ogni volta che si osa ci si rimette qualcosa. Non è per qualche motivo in particolare che non sono un generale, ma, dico ma, ce l’abbiamo quindi dobbiamo – possiamo – usarlo diario. Giornalierio. Cuniculo di cretinate talvolta, ma pure caso mai baldanzose. Baldanzone, che ridere. Meglio così che niente, dico il blog. La medicina è convertire, nei momenti in cui vorresti chiudere, convertire in cazzata. Va bene. Va. Pure bene.

Poi quando fa male la schiena presto ti piglia un mal di testa che arrotola i pensieri tipo spiedino, nel mezzo pomeriggio, allora meglio che penso al giallo di Garlasco: che tonalità sarà? Un ocra?




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7 novembre 2007

Formula esatta

il piscitiello di cannuccia s’è smaliziato


7 novembre 2007

questo timido ciacearsi

Per i tartufi forse, per l’attimo che il portiere crede d’aver capito forse, per l’attimo che si attua il cosce all’aria del portiere sicuro, per la politica invece no, non ho fiuto. A mancare è l’affinamento percettivo che dà l’esperienza, o la voglia – che è poi il sostrato della prima. Però i mugugnini, i “gesticoli” (cit. come sostantivo), i pettirossi scialbi che imitano il muso delle aquile, lo scadente zoppicare di chi si conta troppi piedi per poche scarpe, l’affanno usurato del mento in alto, queste cose le riconosco perché osservo. Pare prerogativa dei timidi l’osservazione, l’analisi dell’umano dietro alle sovrastrutture, l’analisi pubica con indosso ancora la mutanda. Questo sì, son timido, son fattapposta. Ma non basterebbe. Fortuna allora che siamo un buon gruppo. Fortuna c’è chi dalla sovrastruttura giunge al pube argomentando. E io mi ciaceo.


6 novembre 2007

Enzo Biagi non risponde

Alla fine è morto pure Enzo Biagi. Quando muoiono i vecchietti è solo triste, nella norma, in una norma che non  cede manco un millimetro ad altre possibili divagazioni. Allora devi starci, con qualche ricordo familiare scomodo e perfino qualche assenza di ricordo. Il vecchietto campa, poi muore, non altro. Cioè un limite secco. Un uscio. Che segna il tempo che avanza, e che ti proietta come un molo in un mare un po’ più piatto, un po’ da increspare. Senza fari.

Pare sia stato un giornalista vero, così si dice, verace come una vongola, assai somigliante alla stessa anche esteticamente. Ma il giornalista mica si giudica dall’apparenza? No, suvvia. Però cazzo se era moscio. Il Fatto, il fatto lo ricordo bene, con la sua musichetta composta. Soporifero. L’editto di Sofia l’ha ringalluzzito, Biagi pur uscendo dalla baraonda della guerra era italiano fino in fondo, amante del paese, amante dell’atteggiamento che ha il paese. E allora gli è parso naturale invittimirsi per essere stato mandato via dalla rai e ‘sti cazzi se continuava a scrivere un po’ qui un po’ lì. Siamo così, ci piace la sedia ma è meglio la poltrona, ci piace scrivere ma è meglio scrivere e poi leggere in pubblico. E se riusciamo a raggiungere un certo livello chiamiamo l’ingiustizia quando – per motivi discutibili ma ahimè fatti, cioè da affrontare – dobbiamo riadattarci. Che colpa ne ha lui, il vecchietto? Osannato per aver ridotto la lingua ha creduto d’essere la biella indispensabile all’informazione, il connettore fra grande e piccolo. Però è arrivato uno che aveva in tasca la versione più raffinata dello stesso segreto, non da Biella è arrivato da Arcore.

Enzo, una sola domanda ti faccio, qualsiasi cosa sia tu: lo vedi ora quanti aitanti giovani aspettano che schiattino i vecchietti attaccati alla poltrona? E te ne faccio un’altra: ancora ti lamenteresti?

Shh.

 

‘O Munaciell’


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6 novembre 2007

Libmagazine duro on line


clicca sull'immagine

La Marullo parla di draghi (no non son favole, ehm, di Draghi, Draghi con la maiuscola); Nitto su Forleo e De Magistris con sfondo mediatico; Carlo Menegante dal congresso dei radicali di Padova; io – qui – da Don Chisciotte al Dottor Gonzo passando per acidi etc; Fronterrè è stato a teatro proprio per voi; Monica Costa sulla mostra “Intervista con la storia” su Oriana Fallaci; poi il dardo del nardo, il ritratto del Fronterrè, la solita rubrica di Gordiano Lupi, e Castaldi da Padova e non solo…

Dulcis in pro-fundo, le nostre libgirls intervistano la promessa dell’hard Laura Panerai: nobile intento, ottime domande, sorprendenti risposte.

 

Insomma, da leggere voraci.

(e porca puttana, non voglio ripeterlo più,
aggregatevi!)


5 novembre 2007

Coming soon - trailer by 'o munaciell'


4 novembre 2007

fichi-fichi insieme

 

Scorrendo il blog collettivo “giornalettismo militante”, fra una serie di fotografie incastonate nel testo, ho potuto scorgere un insieme di righe fatte di vocali e consonati e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – sotto il titolo “mamma mia che impressione”. Il testo è divertente come di-verte la favella sperticata dell’ubriaco a bianco frizzante… colorato più che divertente… no, pensato per essere colorato più che già colorato, come quegli album che si comprano ai piccoletti… no, forse pensato più che per essere come se su quel per si sia verificato un terribile capitombolo del pensiero. L’ho letto con la curiosità di chi si chiede un po’ dove si voglia andar a parare. Poi però non l’ho finito. Non perché l’eccessiva presenza del grassetto urta la pupilla, come uno strillare per dar senso e forza a un mammamiacheimpressione qualsiasi, cioè un evidente affanno – sono tempi duri questi, ed è sgradevole affannarci l’un l’altro perché qualcuno potrebbe aver mangiato aglio crudo. Ho invece lasciato sospeso l’insieme di righe fatte di vocali e consonanti e vocali e consonanti in grassetto – e ancora fotografie – perché a un certo punto si leggeva “Capezzone è ito, Libmagazine affondato”. L’espressione in sé, oltre che evasiva della verità – perché Capezzone non so se sia albero di qualcosa ma di certo non di Libmagazine, che dunque giammai molla –, è più complicata di quanto sembri, nel senso che complica (piega insieme) più questioni  senza la cui disamina non si capisce un cazzo. Innanzi tutto c’è da stabilire, usando il verbo affondare, quale sia la superficie di galleggiamento. Operazione complicata (piegata insieme), poiché diventa necessario, a tal fine, determinare la posizione di galleggiamento dell’osservatore. Mi spiego: se io dico che una barca è affondata lo dico perché l’ho vista dalla costa? l’ho vista dal faro? l’ho vista da un relitto già sul fondo dell’oceano? o dalla cloaca che va a mare? No, perché il senso dell’affondare cambia, e di parecchio, interessato non per ultimo dalla comodità con cui l’osservatore adempie alla sua funzione d’osservazione: cosa è osservare d’amaca con fiaschetto già vuoto, altro è osservare allo sbocco a delta della fogna con fino alle anche una corrente di merda. Per non parlare poi della sostanza nella quale si definisce l’azione dell’affondare. Anche questo complica, e non solo nella misurazione della resistenza che diverse sostanze offrono alla chiglia della barca, ma anche in ottica utilitaristica: cioè, se fosse acqua sarebbe un conto, e sarebbe un male affondare; se fosse vino – ma sappiamo che non potrebbe essendo la botte evidentemente vuota – sarebbe già più affascinante l’idea; ma se fosse merda? diverrebbe allora imprescindibile affondare, l’unica scelta, un piacere quasi. Che poi che mi rappresenta questa esigenza di stare a galla? Che mi reca questa luce, questi riflettori? Mi rendo conto che il pelo del liquido sia ambito – lo si nota dai colori, dalle fotografie, dal grassetto – ma affondare è un miracolo di scienza, la sperimentazione di più leggi fisiche contemporaneamente, un’esperienza grazie alla quale s’adocchia la realtà da un altro punto di vista, un aprire le acque dopo averle rotte tanti anni prima, e soprattutto uno scivolare così analogo alla scopata da eccitar quasi – a chi almeno sappia di cosa sto parlando.


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2 novembre 2007

dubbioso

 

Le carceri affollate. Dice che ce ne sarebbero alcune chiuse, figurarsi: apriamole, no? Ma poi, non so, tenerceli qua… non mi convince, avrei pure paura per gli altri detenuti perché questa non è roba di potere, né d’affari. Questa è senza motivo, mi pare. O comunque un motivo del cazzo. Mandarli a casa loro no, non esiste proprio, sarebbe il fallimento della civiltà europea se in una delle sue culle si verificasse una schifezza del genere. Pensare che noi qui, a Neapolis, non siamo che un buon nutrito ceppo di clandestini greci. No, a casa no. Le bombe a mano nelle narici ci vogliono.


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2 novembre 2007

machete

Mai sottovalutare la creatività del cingolato.

C’mon, andiamo in Iraq dall’altro lato!

Potrebbe pure sembrarci diverso!

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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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