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'o munaciello


duende


29 febbraio 2008

l'equivoco della ginestra

Ci si fredda. Apposta le cantine. Non ad altro. L’umidità, lungi dall’inconsistenza, eredita dal mondo i talloni del fungo e cammina i mattoni ad uno ad uno, finanche serrando gli interstizi fra gli individui del muro. Non a caso esistono popolazioni d’inattesa perspicacia, che del costrutto guascone, dell’anima ventosa, dell’ostinazione, fabbricano ecosistemi contro gravità. Profili obliqui, skylines tormentati dalle condense e dalle stesse in qualche maniera nutriti. Al tatto se puoi è morbido da annullarsi quasi nel liquido. Ma non puoi, non sempre, non mai. L’idea del contrirsi nel viscido è un equo sistema di autodifesa in perpetuo mascheramento di autodistruzione. Ma non accade l’estremo imprevisto, ché alle larve e ai minerali non è concesso interramento che segni nolente copertura.

Ai vesuviani appartiene un mistico sciroppo, dall’orbita esitante tra un astro di miracolo ed uno di condanna. È qualcosa che s’estranea perfino ai napoletani. Volontà, gusto, dovere d’accecarsi a luci trafugate ai vuoti. Incognita, che il gobbo pensò esser ginestra, che invece è roccia.  


10 gennaio 2008

abiti e abitarsi

 

Maddai, granulossissimi peperoni del cazzo, non meravigliatevi, non indignatevi, non sbollentate i recessi più sensibili della vostra cumulativa coscienza di fronte ai teppisti che glie danno d’agguati ai vigili del fuoco. Fenomeni complessi e fatati come le grosse organizzazioni criminali polipone e invertebrate presuppongono capacità e tenute ben più orribili di quanto in superficie emerga – la superficie è il tuo quotidiano monodimensionale, il tuo tiggì evirante. Questo qui è un pezzo di terra avvelenata, probabilmente, a morte, probabilmente. Roba di odori e di sapori, roba che la parola e l’immagine sanno trasmettere solo se è il poeta a impugnare lo strumento, non il contabile. Un pezzo di terra che genera mutanti, esseri mostruosi anche – ed eventualmente – per bellezza. Esseri violenti e belli. Esseri selvatici, liane, curvi, curvabili, deformabili non fosse che per uno stato di deformazione perennemente in atto. La genetica ce fa 'o bucchino, a nuje, che abbiamo cinque teste di zolfo per mano. Perciò dovete correre a distruggerci: siamo il solito vecchio uomo che si presenta come nuovo.

 


25 dicembre 2007

Endocronica della borraccia



Hanno fatto baldoria per tutta la notte. Non che li abbia visti, ma avvertiti sì, sentiti sì, come non con gli organi preposti al vocabolo per (de)tradizione. Coi sensi allora, sentiti che ballavano in qualche posto assai vicino ma inaccessibile di passo. Musica e gole squarciate, sentite dagli spostamenti di stormi di polvere ad ogni giravolta, ad ogni volteggio, ad ogni orlo di gonnella che s’innalza ai santi cieli smascherando sacerrime carni ambrate. Mi hanno perfino inviato un sunto d’immagini, molto probabilmente cooptate random da essi stessi: un vecchio dal naso curvo con le rughe d’ottone e gli occhi due castagne senza riccio nude, chino sul sugo che rimestola e assaggia con unghia decantandone la sapienza… una fila di suore coi talloni insanguinati e le ginocchia spellate per la troppa devozione, anche queste inviatemi mi strisciavano ai piedi osannandomi il puzio che sa e deve creare a arricreare… ma altro m’hanno mandato, in modulazioni avanzanti come spasmi, contrazioni d’organi, asfissie, fluidi sospesi contro gravità, non senza violenza… e quelli che ballavano e si esploravano i corpi in ciechi strusci. Non avevo forse fatto esperienza di una gioia così rumorosa, estroversa, disposta all’estero, alla caraibicità d’ogni coscienza, alla tensione all’esser palpitanti e variopinti e leggeri e pungenti dolci… alla mariposità.

Poi dopo qualche ora li ho finalmente visti. Giù, nell’acqua fredda, uno sull’altro cadaveri senza pallore, esistenti in forme casuali come mostri dell’utero, e tutt’attorno un’aria invasa di marcescenti vegetazioni dai nomi evocativi, e belli, ora fatti inversi, disposti all’interno, introversi con sfumatura spoglia ma nitida di suicidio. Stamattina li ho visti, dopo averli sofferti per le poche ore che dura la notte, stamattina.

Stamattina ho cacato stronzi di rum e cola.

 

‘O Munaciell’

 

 

“Il fatto che la maggiore interpretazione della tradizione
statunitense nella magica arte
dell'ubriacatura
sia la
parte dolce di un drink politico
spiega esaurientemente quest’epoca”

Pensiero Borracho


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9 novembre 2007

se la notte fa l'atleta dipende dalla gara ma, dico ma, potrebbe anche saltarti

 

Mi pare di poter finalmente individuare la misura adatta al momento. È poco più ramificata di un trifoglio, poco più densa di un soffio, e per afferrarla devi spremere gli occhi perché vadano come la vista, di più. Non so di cosa parlo e questo è grave per te, per te che leggi, se leggi, ma poi perché? Posso ammettere la farneticazione, è un esercizio di raffinamento, ma la speculazione, la fede, queste sono assurdità perché niente di… Se la mente avesse una forma saremmo individuabili. Credo che questa sostanza aleatoria, la facilità con cui la discrepanza è in terapia ovattata, il suo dimenarsi fra lo stato e il sarà, sono della competenza delle armi. In fondo è buona l’attesa – di tutto, pure del sonno. È come un regalo destinato a non scartarsi, che se stracci la carta già non è più regalo, l’attesa.



Allora vieni notte –
ungiamoci un po’ le arterie – vieni notte a spifferare lastre di buio così che il primo crine d’elio possa recitare la sua scena di percussione e abbaglio, e quanto più dura sarà la tua lana sul mio petto tanto più dei rintocchi del mio cuore serberò spettrali echi, e un passo lento di radice che flettendosi dimentica i suoi limitari. Vieni notte, notte apiforme che di note tingi le pie forme dei mattoni all’ombre, la tragedia ti si annida in seno, ma a quale tragedia s’orienta il cinguettio d’un’ala che non raccoglie aria perché spoglia? Ed ala a chi, a cosa, a qual pianeta? Ma ecco dal remoto e dal taciuto petrolio scorre un transitorio destro, vento, vento che chiama solo sé per sigillare il moto, e che sparge dalle argentee dita un canovaccio ossuto: luce già, come oriente, un tronco di cielo a inabissarmi ancor.




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24 ottobre 2007

Nonnulla

Il pensiero è aritmico. Dipendente dal contesto. Le macerie dei missili serbi asserviscono al torpore – dita che schioccano. L’aritmia vuole sciogliere le sue cedevolezze nei mulinelli, tanto che importa più scorrere che la sostanza dello scorso: che sia vino o sangue, aceto o acqua, o piscio. Ciò che vale trenta vite sbattute, in capacità, è l’attimo liquido fra aurora e crepuscolo visto schiena a fondale. Leggero, affondare, in un continuo di elettricità.




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20 ottobre 2007

pirata della strada

 

Zigomi al vento:

nero mare d’asfalto

secchi la chiglia.

 

 



(A ottimo intenditor silenzio)








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17 ottobre 2007

Marsicovetere

Vivere nel presepe ha pregi e vizi. I pregi è bene condurli a sé. I vizi seguiranno senz’altro. Ad esempio nel presepe c’è tutta una serie di bontà che si rimediano facilmente. Quella facilità è la misura dello spostamento che può e deve sfidare il vento con la faccia, ma a piedi raggiungi il posto del grano, il posto delle mucche morte, il posto delle mucche vive, il posto delle sigarette, il posto delle caramelle. Inutile dire quanto meno debitori di odori di gas di scappamento siano le mercanzie di quei posti. Con la macchina poi raggiungi il bosco in cima alla montagna, dove due vette si passano le braccia attorno alla vita e fanno pelucchie di faggi: lì odori di funghi e cacche di animali alquanto grossi, così orme, così rami spezzati. Più in là, una montagna tozza, se ci cammini sopra è tutt’un susseguirsi di tonfi: la mania suicida delle castagne. Poi arriva la tramontana. La tramontana qua è tutt’altro affare rispetto al vento di terra che arriva fuori Napoli e che solletica le albicocche. Questa qui c’ha la mola, brucia le labbra, piega le costole, sbatte sui legni delle porte e fa tempeste alle finestre. Fortuna c’è legna secca e un buco per bruciarla.

Quei pochi funghi dalla cappella strana… tocca aspettare Michele per sapere se son buoni. Michele è il vecchio paesano, gli manca una mano ma con quella che gli resta fabbrica utensili in legno, e preme e confeziona un vino fra l’arancione e il rosa che, bevuto a forza e per cortesia alle quattro del pomeriggio nel garage come fosse un contrabbando di fucili, t’infiamma dallo stomaco al cazzo. Buono per la notte, migliore per i matrimoni duraturi. Michele passa i pomeriggi al monumento per i caduti in guerra, lì c’è un sole ancora tiepido per qualche ora, e lì c’è Michele come fosse parte della statua. Giurerei che un suo caro c’è crepato nella guerra italiana, forse non aveva mai messo il naso fuori dalla valle e guarda tu come e dove cavolo è finito. Allora lui di solito è lì. A parlare con chiunque passi. Ha la voce aggressiva, i toni di chi deve farsi sentire anche nella tramontana o fra i sassi dove pascolano dure le capre o laggiù dove i faggi sono voluminosi e trattengono gli echi. Questa volta non c’è, e la cosa è preoccupante non tanto perché c’è da definire la commestibilità dei pochi funghi raccolti, ma perché Michele soffre di cuore e non so quanto le bevute pomeridiane lo aiutino.

Buttiamo i funghi che intanto hanno iniziato a rilasciare un liquido scuro, si sciolgono, viene da pensare ai morti nelle tombe. Al suo posto, al posto di Michele, c’è altri vecchi e donne velate di nero. Talvolta ti si avvicinano in manipoli domandandoti contemporaneamente ciascuno una cosa: il tempo a Napoli, il tempo a Roma (c’è un po’ di confusione sulla disposizione delle città), il tempo giù in valle, se c’è porcini lassù, se c’è galletti, lattaroli, sponsi (fungo simile ad una spugna, di fiacco sapore ma assai reperibile nel bosco). Mettono ansia, trattano il nuovo come un muro da scalare, e poi vanno via prima di farlo. Probabilmente non senza ironia. Sì, a cena parleranno a tutta la famiglia della mollezza delle braccia dei forestieri, della indecisione della loro inflessione, e berranno e rideranno tutti. Altre volte invece hanno le facce scure e gli occhi accesi, capiscono subito che sei forestiero: ti guardano fisso e se saluti non rispondono. C’è in loro la forza e l’arroganza di chi ha retto all’impeto dell’emigrazione e fa a pugni col freddo e con la scabbia della montagna per tutto l’anno da tutta la vita. Quello che sembra un presepe per loro è un fortino. Tocca accettare l’arroganza, abbassare la testa fingendo rispetto. Beato il ricco di illusioni. Ma quello è chiaramente un presepe. Di sera poche le finestre aperte, e ancora meno quelle illuminate: altri ritmi, altri orari: è bene dormire appena il sole è due metri sotto l’orizzonte, sostituirgli la lana. Però porca puttana le stelle mi vengono addosso. Noi siamo abituati a una decina di stelle, opache e dello stesso opaco chiarore tutte. Qui si distingue la via lattea, e centinaia di stelle leggere o lontane dietro a centinaia di stelle più vigorose: mi vengono così addosso che a loro potrebbe sembrare di essere investite da me: beato il ricco d’illusioni, egli può mangiare polvere di luna.

L’ultima mattina c’è un funerale. No, non è Michele. La venatura del presepe, che s’usa a strada, è in piena di vecchine curve e uomini tracagnotti. Anche giovani in fila dietro la bara, poi c’è il sole a ricamare sul legno che copre il morto, c’è il prete con due assistenti e l’incenso fresco, c’è un corteo di donne che ognuna ha un mazzo di fiori: scendono a piedi per le mulattiere mentre il carro fa la strada. Un funerale che dura ore. Ha l’aspetto della festa e non è per il sole ma perché il paese s’è svegliato tutto e trabocca dai muretti che arginano la montagna. Molta meno gente a un matrimonio qualche giorno prima: la morte sul cocuzzolo è motivo di vanto, un abbraccio di dignità, mentre a sposarsi son buoni tutti, specie con quel certo vino che sappiamo. C’è perfino qualcuno che è venuto apposta da fuori, una targa tedesca in culo a una macchina sportiva rossa: una corvette, nome da zoccola ma muscoli da maschio paesano. C’è anche una punto con assetto ribassato, rossa, con targa straniera. Questi qui vengono dalla svizzera e hanno le spalle fiere di chi s’è fatto i soldi, magari nella ristorazione. Ma i vecchi, quelli del fortino, lo sanno che c’è più virtù a sgranocchiare le pietre che a mettere il naso nei ciuffetti d’erba. Fossero anche in Australia.  


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6 ottobre 2007

domattina parto, lascio questo

Stanotte c’è lirica, e l’aria se ne affetta di ogni smossa di corda. Capita, meglio che no. La nostra storia è una comparsata meno nitida dell’ultimo sbuffo di vino dello sbronzo, meno anche del penultimo vibrare di una qualsiasi nota sognata l’altro ieri. Forse le mura di cinta questa pelle – ma cosa si usa contro la lirica? Consumarsi come cera. La condanna, il peccato, lo spreco della cera è la rincorsa al fuoco: v’è in essa l’abilità di riconoscere le sembianze della fiamma, e per quel poco lei, la cera, si ritiene della materia adatta a far calore. Cera, ah! balorda pergamena! Arriva a darsi all’informità peripazza del fuoco, a farsi ammollare. Poi, a canto rotto, scivola verso il basso opposta all’afono lodarsi della fiamma, gracchia goccia dopo goccia verso il pavimento usando fili gommosi come bava. Sparisce al fine dalla memoria, che la sua forma imitando quella del fuoco ha pianto su di sé, e se n’è cibata.

 

Ma cosa è che scrivi?

Non è la domanda.

Qual è la domanda?

“Cosa” è già risposta. “Perché”, oppure “quando”.

Allora quando?

Quando non ho risposta a un perché.

E perché?

Ecco, ad esempio adesso.

Non hai risposto al “perché” ma al “quando”.

Il motivo e il tempo sono la stessa cosa quando si indaga.

Motivo e tempo sono le sole condizioni del sì e del no.

Appunto. Forme d’amore.




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1 agosto 2007

forse no




Oppure sì, in questo caso potrebbe essere una boccata d’aria. Quant’è bello sentirsi benevoli qualcuno lo sa; non giova essere, a tal proposito, pessimisti all’eccesso. Essì, sentirsi benevoli è bello, ma poi arriva il momento che quasi quasi un po’ ne senti gravate le palle. Ah, la butto là: farsi una canna è grazioso succhiare, ma non credo possa già o più essere paragonato a farsi una donna. Un po’ come quel tale che si stupiva a guardare il giallo tutto tondo delle banane dei fumetti, sapeva a memoria i nomi di mille etnie di banane e i centimetri che in media il loro spessore raggiungeva, ma manco per idea sapeva che la banana al palato è un muschio farinoso e alquanto umido. Discorso fumoso, lo so. Cambiamo.

Che ottima gente ha abitato il mondo tocca ammetterlo, dai saltimbanchi ai cavalieri, dai goodfellas ai missionari, e le zoccole e le stive in quanto concetti, e non dimentichiamo i dolciumi. Tuttavia duole l’inclusione che la maggior parte di quell’ottima gente ci ha già lasciati di quel sonno non tanto semplice che fa il treno in partenza, o l’aereo più leggero del cielo, o la macchina di Battisti-Mogol. Questione di decimi. Intendo: se io vedo cinque e tu dici che è quattro non concepisco altra ipotesi da “uno sarà senz’altro morto nel tempo in più che tu hai impiegato non per contare, per immaginare”.

Insomma, questo per dire che le cornici sono importanti. Vale ciò dal momento in cui si ammette l’esistenza dell’altro. L’ingresso. Ed è privo d'effetto segnare che è su questo principio che l’uomo ha manufatto il suo virus. Certo un testo ha già, si può dire, nel suo corpo un coagulo differente in prossimità dei fondi e degli orizzonti. Ma riconoscere lo sdrucciolevole dall’interno è privilegio ben più comodo (assuefacente?) che riconoscere una cinta dall’esterno… e poi l’occhio, non burliamoci, è sempre stato un magna magna: esige, esige! Dunque, data ormai la improrogabile funzione all’altro – è una funzione di trasmissione, funzione meramente tecnica e strumentale, o anche di connessione con un poco nitido senso di domanda, e in questo secondo caso la funzione sarà ontologica – si è inevitabilmente introdotti in un mondo in cui la gestione del potere ha esattamente nella sua portata autarchica e pressoché libera il monito al contenimento. Non mi piace parlare di misura, non trovo la parola adatta al caso. Preferisco allo stesso modo star lontano da sconcezze quali “cortesia”, “educazione”, “rispetto e/o dispetto”. Può darsi sia dedizione a sé talmente carica che va a irrorare chiunque a quel sé venga invitato o avvicinato. Si tratta semplicemente di un invito ecco, o un rimando. Ma ancora siamo nell’ipotesi. Come dell’ipotesi è il pendolo che fa ombra sul cervello quando dorme, e che chiede quanto istinto possa essere ceduto al meccanismo della costruzione e quanto invece debba essere preservato.

Io vado ufficialmente in vacanza ma intanto ci penso, prometto, vado per mare e ci penso mentre leggo una interessante cosuccia di Kundera che mi ha procurato l’amico più intestinale che ho. Voi se potete passate sull’ultimo numero di Libmagazine. Questa volta lì non ci sono, ma andateci lo stesso, è gratis.




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29 luglio 2007

massì, sopra viverò

 

Ho sostituito al portatile la bicicletta, e me ne viene bene. Come un mitico sollazzo, come un palpito da placenta, alle 15 è fin troppo tardi per uscire, sole in nuca, gamba in noce, ruscelli caldi dalla fronte frondano il puntolo del naso. C’è un gradevole e primordiale – i due aggettivi si chiamano a vicenda – senso di sfida nella randella, nella catena dura. Tanto ben fatto è questo sfiorare il male di sé quanto riuscita è la stasi marmorea del quadricipite alla sera. Mi doccio. Mi siedo. La contemplo. Poi, più in là, c’è il portatile musone che adesso provo a dargli di clitorideo, ma sbuffo dal naso come un cane pigro e lo lascio là… che domani pedalo fino a Portici, vado a vedere il mare e la nonna, ma soprattutto il mare, e per arrivarci salgo questi centopiedi di vulcano che mi circondano, li domino. Eppure mi pare superfluo ogni dominio, perché col vento delle 15 che trasformo fresco alle mie guance sento di non avere limiti: sono i piedi, il corpo, la sola forza mammifera. Mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte. Aspetto l’esito dell’occhio del poeta. Aspetto con fiducia, so che so che so che lui sa. Ed è, il poeta, una bolla di passione che non sta mai ferma. Nel frattempo mando a cacare il resto. Di tanto in tanto c’è più luce nelle mie carte, e so, mentre il poeta legge, che ho scritto solo la seconda cosa degna. Poi mi dirà. Nel frattempo il resto è cacca secca. C’è più luce a volte, scopro che sono solo ottanta anni da passare facendosi mancare il meno possibile se stessi, e godere di ciò che si vuole sbattendosene se quel volere è riconosciuto da due, trecento, o sette miliardi di persone. Vorrei una discesa, ma cosa rinfrescherei se manca la salita?




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29 giugno 2007

s'onda


In buona sostanza questo Corona sembrerebbe un tipo moralmente basso. La frase ha un suo senso, e atteniamoci ai limiti e agli obblighi labili del condizionale: -erebbe. Perché poi costui è letterariamente assai interessante, privo di flaccida morale, un tipo d’uomo che ha le doti giuste a far lunga strada in questo mondo (molta di più di quanta ne ha finora fatta). Allora di quale morale parla l’avverbio della prima frase? Morale cristiana? Mavalà! Morale tacita della nostra civiltà? Poniamo il caso che un uomo basso nella scala morale della nostra civiltà raggiunga agevolmente gli alti gradi(ni) della stessa, seppur limitatamente al denaro (e/o lusso, e/o fama, e/o soddisfazione lavorativa), ebbene, può ancora dirsi bassa la sua morale? O piuttosto acutamente conforme?


[È un sogno questo aprirsi di porte dietro le quali un groviglio di fumo di ogni colore afferra lame già intrise? È un sogno questo fetore di nicotina lastricante i pavimenti di ghiaccio? Sogno, ancora, queste sfere di silicone che ballonzolano mentre una puledra cavalca prati di farina colombiana e tubi di piombo o canne di pistole? È un sogno l’ippogrifo che striscia con la bava sulla faccia, basso, basso, nel corridoio dove ogni cosa ha esattamente la forma che si merita? È un sogno il rosario di vecchie decapitate dalle foglie d’acciaio degli eucalipti?]


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24 giugno 2007

Io non posso farci niente ma il titolo di questo non lo conosco

 

1

 

Faccio un lavoro sporco. Curo il futuro della folla. E mi sporco. E alle 19 circa il centro commerciale è un precipizio verticale d’acqua e occhi. Quindi mi sporco standone fuori. Figurarsi il terrore, l’indecisione a scegliere una faccia, aprirla come melone, entrarci, splash… a volte si impara a nuotare per comodità, ma bisogna conoscere alcune leggi fisiche e la soprannaturale formosità delle antiche strade per il mare. Altre volte si impara a nuotare per paura di mettere le gambe giù dove l’acqua si solidifica. Perché curando il futuro della gente i posti inaccessibili alla congrega sensoriale si credono nugoli di striscianti proboscidi, e felpe macellaie, e bipodi fluorescenti che trasfondono connivenze di caldo e freddo. Che madonna di spettacolo ad avere gli occhi ai talloni! Allora ti metti di lungo, impaurito, e ti muovi come un’anatra. Ma non ti sporchi così: questa è la vita dei figli di qualcuno: quando ti basta muoverti per essere lieto vuol dire che qualcuno ha ammazzato tutti gli esseri che ti vivono sotto, dentro, sopra le nuvole.

La vita mica è davvero una strada? E’ una palla di asfalto, e devi starci fermo prima di muoverti. In sostanza ti tocca solo individuare il punto e lanciarla, la vita, non percorrerla. Ma quel punto è…

 

2

 

Faccio un lavoro sporco. Dicono le lenzuola che la mia stanza è irriconoscibile, che sembra un pittore che s’è sparato in bocca. Molari sparsi nella mia stanza e angoli mai sgombri. La bocca di un pittore mutista che si è sparato in bocca sembra la mia stanza. Il lavoro che faccio – io, stanza – obbliga a riflettere su pendenze distorte, perciò si dice sporco, perché la strada dritta sembra anche pulita. Intanto un tonno lascia continuamente parti di sé compresse in una sezione di cilindro di latta rosa, e mi sembra un’ottima intenzione, quasi un’invenzione letale quanto il fuoco. Ma letale… è stupendo. Io intendo… io invento… io il vento, la stanza e il cervello, un borsone sempre pronto, gesù che regge il mio pigiama estivo nel frattempo che rassetto e mi sniffa il pube, un pantaloncino corto e largo, figli di registi, fili di un paio di scrittori, un unico alitare di foglie unte col lume intermittente dell’anelato, ho smarrito anche l’anello al naso, deve essere qui in qualche carta di caramella mangiata. Carta su carta, lettere così babeliche da essere invisibili: “essere”? non è troppo questo?

 

3

 

Faccio un lavoro sporco, poi la pressione dell’acqua qui in Qampania è assai bassa, muco d’olio sverginato, ma basso anche il sole e la schiena avvezza ai tamburi del primo credo. E di notte c’è un via vai di esigenze che mi pare di soffocare a crederle ogni volta sempre più perse se non prendo un filo e un foglio. Eppure c’è sempre qualcosa che si perde, i l l i m i t a tamente, al doppio del tempo con cui il resto si aggancia. Forse dovrei accettare l’ipotesi di mangiare solo e così tanto tonno da farmi pareti di latta rosa.




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14 giugno 2007

lo sciame sismico della scrittura


Solito pensare quando la tempia preme, e fa male, che se lo stomaco una punta bruciacchia allora meglio non prendere moment o simili. Che poi passa la testa nell’ottundimento e resta la punta di fuoco allo stomaco, ma già come un coltello gira la lama, come insegnava quel tal butcher dei five points.

Il point è che tutto si regge in equilibri farfallini, come fuori così dentro, e per dirlo pure Vasco...

E sai why? Son guai perché l’affanno nostro è barcamenarsi fra le mani l’allucinazione di un piano piano, quando invece a non avere il piede marino – qui “terrestre” farebbe più al caso – scoveremmo un piano frastagliato come il tappeto in testa al vecchio Dylan: mare che s’affossa. Questa cosa dell’equilibrio per parare sulla scrittura. Come consuetudine terapeutica, piacevole intenzione più che altro. Specchiarsi non già per bruciarsi i brufoli, ma per capirsi, entrarsi, capirci – su questo “capirci” il napoletano soccorrerebbe. Eppure la terapia? Forse che entrare laddove il tempo d’oggi ha disabituato, disarticolato l’uomo, si debba pensarlo… cura? Medicamento? O al contrario l’indagine, come ogni, come qui la scrittura, è una lama di vento che oscilla e riposiziona quel piano in nuove geometrie accondiscese, ma senza più salite o pozzi. Turando un abisso con un monte vuoto, con un lampo nero. In fondo la cura, come ogni, come qui e lì la scrittura, è solo un ritardo. O la bugia di un ciuco che non vuole più riconoscere la stalla. La stalla? Cos’è?


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15 maggio 2007

Un attimo qualunque

Irrequietezza è precisione d’azzardo quando sei statico e aneli ai fruscii sulle braccia, e quando li hai senti frastuono quel movimento da chiederti di fermarti. Sarà pure bislacca l’ora, una sentenza d’assoluzione con a seguire l’imprecare di un gomitolo sfilato di stomaco, e allora da piccolo ero portato a fraintendermi, credere che tutto fosse riconducibile – per mano, a mano – al mobile del mulino bianco, i soldini i tegolini i tubolari qualsiasi di cioccolato e i togo, oppure a quei giornaletti sconci con le donne che facevano step col costume sudato (?) o bagnato (ma de che?), trovati sul sentiero d’erba verso i binari fra un filtro di spinello e un oblò di lavatrice. Invece niente di tutto ciò. Quasi mai quello che ti chiede la testa l’ha comandato il corpo. Ossia mai in quei casi in cui tutto ti pare e niente ti basta. Da piccolo sì che lì c’è l’abisso. Poi dopo impari a farci i conti. Proprio a contare, che nemmeno è un bel gesto. E’ che stabilire l’età in cui ci si accorge che il capoccione ha un ecosistema tutto suo – fatto di ombre e cose che non ti dici, di perlustrazioni d’angoli e decolli di parole – non è tanto facile per noi autodidatti timidi. E non è perché uno crede di averci dentro qualcosa di tanto prezioso da otturarla al mondo. E’ più… è più la voglia di farsi prendere. E di essere quindi spesso così assenti a sé da perdere i confini della materia, partecipare. Di trovare una molecola di ogni natura che permetta di traslocare temporaneamente, come astrazione, come concretezza tanto affilata da permutare carezze per linciaggi.




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11 maggio 2007


La durata di una nota, l’affare che si spezza, aritmico urlo di ogni giuntura. Eppure a ogni straziato cuneo corrisponde, chiama, un millimetro di neve e immarcescibile fiore per cui pena, ogni pena vale. Quello di dopo, il silenzio, rasa il cuoio delle sublimi imperfezioni che velano e innalzano… però dio se prima non s’è carezzato idrogeno poco c’è mancato! Su questa zolla ci teniamo stretta la condanna di essere chiodi nati nella carne, e si sa quanto i rossi s’incestino fra loro, e la ruggine altro non è. Però anche godere in bocca a Fausto. Su questa zolla la condanna d’esser chiodi è una proiezione del volere assente del ciocco, della noia della mano armata, dell’amaro metabolismo dell’acido giovane, della cecità visionaria d’una cosa fatta bene, fatta meglio di qualunque miglior modo per farla, della vita iperbolica dell’abilità, e della morte, gloriosa morte della lotta. Quando io stringerò il pugno tu allargherai la faccia, e gli zigomi faranno ponteggio per arcobaleni intercontinentali.




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6 maggio 2007

Il retro di Napoli

Era un bel pò che non mettevo le parole in quella forma fragile che ha i suoi illustri nomi e che a pudore taccio, passo avanti. C'è stato il tempo delle candele a mezza notte, e quella voce debole pareva contenere la lama elettrica che segna il pozzo da dove verità caccia capelli, e bagna terra e secca lago. Poi lo squarcio c’è sempre lo squarcio. Da lì si casca dando di petto e al minimo di pancia. Ora ho un ghigno che se il me di notti ed anni fa vedesse ammazzerebbe, che ho perso la purezza. E che non c'è mai stata. Io oggi so che il brutto il gobbo il tozzo è pure la natura, ne è l'andazzo: a chi presume di poter reggere la piuma, a voce d'oca, resta un cinque centesimi bronzato, un ghigno, una modica sostanza di impalpabile carta luminosa, e il punto.
Questo guaio in questa forma e quanti appresso ne verranno si devono a Marzia che sa la lotta del suo nome, a Paolo&Pasquale che chi sono loro, loro lo sanno.

(cioè: accetto contributi, offerte, sovvenzioni, ma declino ogni responsabilità… mi si dirà “posizione comoda!”, “ma io sono l’autore!” gli risponderò)

 

 PIAZZA GARIBALDI -il retro di napoli-

 

semi schiusi in rododendri scalzi
fuori piazza lo stomaco la statua
li soggiace lì un rotto di strofa
e quanto fiore storico bifaccia
 
generale del deserto e dei due buchi
la sua falange magrebina fuma
del grigio e nero pubico su scala
di loro il cui di sotto sa di vento
 
frolla un muro, di quel vento slavo
diminutiva in neve dice di seconde
linee pertiche tetrangolari sangui:
vecchio mio vico vedo vita cieca!
 
generalessa del mare e del ponteggio
napoli quando ne fai di brina una bisaccia
e quei quattro sgherri della piazza
faccia la dice punti cardini e molliche
 
dai dai dai, di scimitarra straccia
tratta del grano ché si nutre il tempo
ho i polsi rotti, o mia ma donna
ripetuti, o mia am abile puttana
 
che paghi a dadi un rutto con un alito
per comoda dar di chiazze in nero velo
scosciando te in tondo e tutt' un palpito
col medio mio che ti spertosa il culo

O'Munaciell'










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3 maggio 2007


Tu, perla d’occhio
tu che canti le corse
come borsa cogli
di me
quel che annuso e non afferro.

 

Ad un amico vero




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27 aprile 2007

La parola e il colore


Per uno che ha scritto da sempre, nelle agende con le bucce rigide, e nei flosci quaderni, e sulla carta da parati e su quella da puppù, per uno così può succedere questo. Può succedere che vedersi semi-pubblico (il semi-, come ogni seme, nasce dalla saturazione del sistema – in questo caso sistema-blog) provochi una stretta al lazzo, una bruciata nel palmo di fune che scende e sale con la maneggevolezza di un’erezione mattutina a tredici, quattordici anni. Un nanosecondo.
Per uno che ha scritto da quando ha smesso di disegnare perché ha scoperto la complessità del colore, che è meglio e più efficace farne parola che tintura, può succedere che vedersi semi-“di-tutti” faccia glaciazione. Ma – e c’è il ma, c’è – uno che ha scritto da sempre è precedente e superiore a ogni mezzo. La sua mano, la sua mano può reggere funi di fuoco e lingue di ghiaccio, perché è. Perché è l’accavallarsi della materia – anche questa, adesso, qui. Il fango. La stessa puppù. Perché sa la legge del fine, e si sbatte il mezzo dove l’intero non c’entrerebbe, figurarsi il sole. Quel semi, come ogni seme, potrebbe sfocarsi bene con un lavoriccio politico. Ma qui mi tremano i polsi alla sola parola, e pesti nelle vene, e bubboni e lazzaretti. Ed ecco il lampo svergina il cielo: una tinta sbagliata, una questione di tono, di colore.
Di sotto – in spazio e tempo – leggo imbeccate e le lodo e ne sono grato. Questo mi basta. Questo mi spiega il blog. Fanculo il resto e l’impegno non pagato: leverò del rosso e impiastrerò con verde pisello, e tutt’attorno viole.
Ci sono persone con cui mi sono preso per i finali di certe parole, ed è un’anomalia di saliva e baci, e mi sono mancate. Uno che sa scegliere i lemmi con scarsa bilancia amici li direbbe. Bene. Male. Così così. Non cambio un trattino al semi né intendo sfumarlo perché… perché il pubblico è cacchina di pulce – lo so, siamo ad un elevato grado di autarchia, siamo all’assioma chi non m’ama non mi merita… ma che direste se scrivessi che queste poche righe andrebbero sostituite alle centinaia di pagine di un Moccia o d’altri suoi simili ben politicati?
Io scriverò per me, e per chi so che mi legge e per chi capita senz’ordine. Scriverò con destinatario. Amici, si direbbe senza bilancia.




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18 aprile 2007

blog chiuso a tempo intederminato

Svegliarsi col pane in testa… ma qui siamo sintetici, di fibre di ormoni accresciuti e tubi di scappamento. Mio padre è entrato a vent’anni a fare bielle per alfasud dove poco prima c’erano patate innamorate del terreno. Andar dietro, mio nonno omonimo metteva calce e mattoni e alzava portici a Portici; mio nonno omografo invece raffinava il petrolio prima che scoppiasse la cisterna, poi bruciava i copertoni per strada, per protesta, e gli dava di burattini a quelli che a Roma facevano legge. Nonne sarte e contadine e mamme. E il pane in testa appena svegli, tutti quanti. Ma qua siamo sintetici, di fibre di lego e latticini che fermentano dentro l’ombelico. E appena svegli seghe. Aver dimenticato il pane è la nostra palude: tambur battente fa: tre cosa vuole la campagna: buona stagione, bbona sementa e bbuon’ zappator’. Piove a volte… avvolta la terra ribolle… sudo sangue perché ho già ceci e lumache… sangue che feta di detersivo… come puzzano i fiumi… sintetici. Sintetico non è più breve, mai più, non è più breve quanto un respiro di uno che mastica, non è più breve di una mano aperta che fra i calli trova spazio per un mazzo di broccoli, a tempo perso dopo la fabbrica. La meta senza cammino... senza polpacci pieni di latte la meta si dimezza, si annienta arsa dal facile sdraiarsi sul dorso del sole. Allora la carovana punta stelle polari quante ce ne sono, una mano al tamburo, una al timone e una nella mutanda. Seghe sintetiche diciamo chiaro, perché Chisciotte è comico a masturbarsi, ma pure dramma come una botte che il sole ha sintetizzato, e bucato, e vino a fiotti come succhi di cervello. Ritmo zoppo. Zoppo senza manubri né bielle, e un filo di grasso di porco per il tempo duro e per l’interno delle caverne dove c’è affrescato il genere umano. A pan donato c’è l’affresco per la durata del riflesso di un paio di stalattiti, o gmiti, ma dopo la fame brucerà ogni pertugio e farà bolle. Attrezzarsi. Attrezzi sintetici è una sofferenza questa treccia d’abbondanza, che mi chiamassero Onov! Che mi chiamino sotterraneo! Che mi chiamino cometa a metà! Io splendo solo mentre muoio!




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14 aprile 2007

vaginale

Per cui, cespuglio vernacolare, subissando arterie t’arrotondi su quanto in me fa circolo, e poi sciogliere il sole nido d’api e cristalliformi ceppi, perché sai il dipinto del vapore che va dove ogni vetta muore. Al freddo. Quanto tagliente il vaglio delle brume cariche di ortica, che io per gioia dica in me è natura affine, è la corteccia d’ogni castagno, e la stesa muffa dello scoglio a picco sull’esiguo schiocco di mare che pure ha la sua fossa. Di quella fossa canto il tempo, di lei cantarono le radici d’ogni ago nero o neo. Se tu, donna tu, pezzo di roba che nel petto torni a ricordare i miti di mele con fanghi, conservi scrigni e chiavi dell’impiccarsi dei miei lacci ad ogni passo, come di un uomo e di tutti in uno adesso, rotto il pianto del mito asciutto, prendi ostaggi dal giurar vita dopo la notte.
Penultimo post di questo blog 




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22 marzo 2007

Colla faccia nel nido

Gli uomini erano quasi tutti molto magri e avevano il bastone. Quello che mi colpiva di più nelle loro facce, è che non vedevo i loro occhi, ma soltanto un lume senza splendore in mezzo a un nido di rughe. Quando sono stati seduti quasi tutti mi hanno guardato e hanno scosso la testa imbarazzati, le labbra tutte mangiate nelle loro bocche senza denti, e non potevo capire se mi salutavano o se si trattava di un tic.

 Oggi ho iniziato il corso di letteratura spagnola, cioè la professoressa... Io ho iniziato invece Camus, lo straniero. Ho deciso di aprire il libro in aula (l’uomo preparato se lo porta apposta, quando va dall’oculista, dal dentista, e a qualche corso tenuto dalla noia imbacuccata, eppure io non sono affatto un lettore…). L’ho aperto quando attorno ai ricci della professoressa giravano parole che non m’appartenevano, su qualche trattato teologico che non si sa come influenzerebbe l’amore. Sottovalutare il come mi pare da ominide. Mi distraevo, nascosto il libro dai capelli di quella davanti, distratto come ci fossero donnine splendide in tenuta balneare, e non mi pare ci fossero – stia tranquilla bambolina: lei è più bella dello specchio. E così già spariva nel nido quella voce impertinente. Questa parola che credo di aver usato pochissimo nei miei testi, il nido, è straordinariamente efficace. E la usa, Camus, anche più avanti, il nido, mentre la spiegazione d’altro vagava indecisa su nomignoli di convenienza, come si trattasse, col nido, di spargere pieni fra vuoti e di osservare il tutto con la verginità dell’uccello sbattuto via alla consistenza delle sue ali. Poi un giorno, se divento lettore, vedo un po’ Sisifo che e se mi fa.

 Grosse lacrime di stanchezza e di pena gli scendevano sulle guance. Ma, per via delle rughe, non gli colavano giù; si distendevano, si raccoglievano, e formavano una vernice d’acqua su quel viso distrutto.




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17 marzo 2007

Da questo esser muti /2

Me gustas cuando callas
porque estàs como ausente

 
Perché il deserto sono io e tu hai mandato levrieri a spasso per tutta l’Asia: sciagurata! Ti sarebbe bastata un’ampolla d’acqua da lasciar svaporare al vento, e m’avresti avuto mille anni prima di nascere. Ma poi mi dico, si sa, in fondo non sono fatto male, perfino qualche duna sgomita un posto all’ombra per parlarti dei confini che vedo io, dallo stato di miraggio. Sono le condizioni a farmi inospitale, come si dice, inabitabile, le condizioni che sono me fratto l’attorno: se il risultato è inferiore a me avrò vinto una scialuppa. Ma tu hai già svaporato l’ampolla, sciagurata! Oppure no, è tutto un travisarci: come il vino sono gustoso come la sabbia tiepida del tramonto, che dove già si fa fresca mi seduce: e adoro essere deserto perché ho tanti figli che pellegrinano pensando alla prossima canzone, manco fosse un passo, e senza accudire alcuna nota fischiettano i loro riassunti.
Un’ampolla sei allora, e quanto burbero sono, io, disteso assieme ai gigli sui binari.




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15 marzo 2007

Da questo esser muti /1

Si diceva un po’ della vita in genere, ingeneri che siamo! La ragazzina s’innesta acrobata sul filo, con una gamba in tensione e l’altra di supporto, cosa che le alza una natica e le affossa l’altra, ma è bella uguale e dice un paio di lacrime che le zzunàmano il neo, forse finto a cucuzzolo di zigomo, e fanno righi d’argilla del trucco, che la vita in genere non segue esattamente l’endecasillabo, dice. Di come sia vero il suono del passaggio da un accordo all’altro, in chitarra, quel sibilo metallico. Di come l’alighiero fosse matto e in più alquanto losco.
Chi guarda, chi osserva, pure due crociati, che pregano e ammazzano con la stessa mano, dicono che una promessa di terra non è esattamente endecasillaba come i righi d’argilla in faccia, che il metro è perso, dicono, che senza argilla sarebbe più consono al momento. E poi c’è un nuovo ritmo che sfugge al calcolo perché è un gioco di luce e non di tempo… sebbene qualche scienziato morto metta in relazione le due, ma siamo ancora quasi certi che l’idea non afferrabile sia il plettro del calcolo, che gli fornisca l’energia destinata alla precisione pur non essendola.
Un viaggio al termine del giorno, questo siamo. Lo dice una vecchia cinica che entra ed esce dal carcere: lava lenzuola e rammenda mutande che odorano di penicillina: sarà stata mai, un giorno che albeggiavano aranci tanto era liscio lassù, senza quella tunica di legno crocifisso? Piuttosto ne morirei a tapparmi la pelle e l’odore, perciò a volte mi sniffo l’ascella: per sapere di me – diceva il crociato. Ed ho il cuore troppo capiente per avere come amante un cuscino di sale e lana, e righi d’argilla saltimbanchi come grate, troppo poroso per lasciare acqua alla terra.
Il deserto sono io. E tu, quanto sei atroce distesa assieme ai grilli sui binari.




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14 marzo 2007

i fetienti

Come ogni buon rifugio, ogni eremo, casa mia ha due vie d’accesso – delle quali, bene intenderà il solitario come me, una diviene automaticamente di fuga. La prima è vecchia, quella della tradizione, stretto vico coi lati bitorzoluti di auto in sosta. La seconda è nuova, d’asfalto bruno, pulito come un alveo ripulito. Nella prima qualche annetto fa a passarci ti rischiavi una palla di piombo vagante; ancora prima rischiavi, oltre al piombino, una pallonata dal mio piede; adesso uguale c’è altri ragazzini, con la faccia più brutta della mia, abbronzati di luce viola e coi capelli di plastica o manga, che hanno permutato il pallone col cinquantino come una zanzara, anche d’inverno. La via nuova è liscia, con una leggera curva, nuova di un tre quattro anni mentre prima, che ero adolescente, andavamo a nasconderci nelle siepi di fetienti o a esplorare con rami tagliati d’albicocchi come spade. Ora ai lati c’è spazzatura. Come cresce la spazzatura fa pensare a quanto cresce l’uomo. Niente da dire: chi parlò di virus ebbe un’idea. Una busta, bianca, isolata, all’inizio. Poi due, tre vicine e altre tre sparse. Poi un frigorifero. Il momento che ti trovi un frigorifero per strada è quello in cui una collettività nascosta ha ormai battezzato il posto, come il micio che piscia: questa è discarica. Si fa così fra gruppi sociali, mica cazzi! mica come un romanzo! si fa che “dove cachi lì accorci”, diceva mio nonno, e che se ti vedono quaranta persone sta’ certo che un paio inizieranno a cacare con te. Dal frigorifero la lavatrice e i copertoni, i fazzoletti con lo sperma di amanti commerciali, qualche profilattico, ma pochi: questo è feudo d’a’ Maronna e’ ll’ Arco, e certe parole non si pronunciano ancora, né si pensano.
Bertolaso parla di rischi ed epidemie, ed ha ragione. Io mi sento dire che denunciare il fatto è inutile in assenza di flagranza. Guardo in giù, dal balcone, da un auto cade una busta. Dall’altra in sosta fra una mezz’oretta sarà sparso il seme. A volte penso che chi ha inventato il fazzoletto di carta non s’è reso conto del torto che fa alla terra. Come chi ha fatto la strada nuova, e ha bruciato per sempre la foresta di fetienti.




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16 febbraio 2007

inconclusione

Nutro una certa propensione, che veste l’anima come gonnella, a pensare di avere infiniti passati a seconda delle stagioni. Stagioni allargate di senso. Che forse la mia generazione, quaggiù, pare aver persino perso la catarifrangenza del piangersi addosso, e resta attaccata al pube dell’occhio come una goccia di benzina, densissima e indecisa. Però pare un portento di contrappeso che, forgiando forgiando armi di lame e le migliori scacchiere di viscere, in mancanza di troppi slanci futuri a me m’assalga di rintracciare orme in ciò che mi rapisce, orme come scavate da me, da questi talloni, orme come graffi di vite in cui il volerci credere equivale a non lasciarsi appena…




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13 febbraio 2007

sonata in times new roman

Sfoglia pagine, paggio del curatore d’archi, di libri che dormirono esposti ai lamenti del mare in burrasca. Vòltala, e dimmi oltre il dito umido cosa avverti, se neve se gelo, se tropico. Quando lo scorpione attacca non vedi partire il suo schizzo di pozione, così c’è chi dubita dell’amplesso medicamentoso della voce del deserto. Vorresti essere un pirata argentino, vero? Calibrare la puntura del fuoco da basi di ghiaccio, questo è il tuo più intimo sogno. Murarsi per metà in una parete erosa dalle chiocce brune, e forzarsi alla rinuncia, o all’accusa. Quella metà, che sia dentro o fuori non occorre. Forse un legno che dondola per nettuni, a liberare il dorso dove si calpestano correnti azzurre senza bisogno di toccarle, forse lì c’è quel pezzo che manca. O forse in giro, perché poi a fare il tondo si sfiora il centro, non mano a pungersi, e sappiamo quanto il centro sia fuoco e pianto. Ma poi la musica s’arresta prima della verità, e ogni linea di pensiero, sai, di quelle che senti possano e vogliano giungere in un luogo nuovo, crollano con tale rapidità, come mela casca, che qualsiasi altro sano essere – questo sano ti esculde, lo sai – non avrebbe remore a ritenerle illusioni, giochi di vapori e  riflessi di mira. Miraggi, volgarmente. Sto a chiedermi d’amore quando non avrei mai pensato possibile questa primitiva debolezza, possibile o lecita a me, che potrei raccogliere nei palmi l’invidia di Nembrot tanto è l’amore cieco che mi doccia e m’innalza su colonne d’acqua, quasi, acqua. E che nel passato d’ognuno c’è – deve – un buco, l’ha scritto mai qualche traiettoria ascendente? Una pozzanghera che per adorare la luce si denuda del gioco, della forza, e va al sole col riso del leprotto, della tartaruga di maggio. E’ da quel buco che secerni la forza del futuro, e il delirio del presente.

Poi la mente sgombra… quella non c’è mai stata, è per questo che inventammo un dio.

 

dedicato…




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12 febbraio 2007


                        

Non esiste nessuna idea in questa civiltà che ci connetta con i più grevi strazi dell’umanità. Niente. Il vero dolore apocalittico filtra per tombini di celluloide, e di onde più o meno lunghe o, piuttosto, corte. Il nostro dolore piccolo, borghese, intimo, la piccola voragine che ci rende individualmente pallidi, tutto questo è uno schiaffo all’unico nostro padre, che è quella scia di sangue da cui usciamo come da un Giordano. L’Europa è un letto di un bordello o, meglio, il suo allucinato lenzuolo.




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6 febbraio 2007

La sinfonìa de la vieja puta

Parmeno:   Signore, Sempronio e una vecchia puttana tutta truccata bussano alla porta.
Calisto:   Zitto! Zitto, cretino, che è la tipa che aspetto: corri ad aprire!
Parmeno:   Perché, signore, te la prendi così? Cosa ti angoscia, signore? Forse pensi che per lei sia un’offesa il nome con cui l’ho chiamata? Non pensarlo proprio, anzi quella si bea a sentirlo, come fai tu quando dicono “il prode cavalier Calisto”. Inoltre è proprio famosa e conosciuta con questo titolo. Se è fra cento donne e qualcuno dice “vecchia puttana!”, lei senza nessuna vergogna subito si volta e risponde col sorriso. Ai banchetti, alle feste, alle nozze, ai funerali, a ogni raduno di gente lei è lo spasso. Se s’avvicina ai cani, quello le dicono abbaiando; se ci sono gli uccelli, altra cosa non cantano; fra i montoni, così la chiamano belando; se passa fra le mucche, queste muggendo dicono “vecchia puttana!”; anche le rane degli stagni altro non gracchiano. Se va fra i fabbri, quello tintinnano i loro martelli; i carpentieri e gli armaioli, i serraturari, i calderai, ogni arnese metallico forma nell’aria il suo nome. La cantano gli zappatori e i tessitori, i contadini negli orti, nei campi arati e nelle vigne, i mietitori con lei si svagano. Quelli che perdono a carte cantano le sue lodi! Ogni cosa che emetta suono, ovunque essa sia, forma il suo nome. Oh che mangiatore di uova sode doveva essere suo marito! Che vuoi che ti dica di più: se sbatti una pietra su un’altra quella suona “vecchia puttana!”.

 

Tradotto e tratto
Tradotto da me, e tratto da “La Celestina” di F. De Rojas




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31 gennaio 2007

Il morbo

                      

Morbosamente sviolinano e poi stuprano le ciociolette che andremo a respirare, manco a ritenersi già dotati d’impianti protonici capaci, e progettati apposta, capaci di maturare dall’acqua ossigeno e, dopo, quando l’acqua sarà finita o pesta, dall’ossigeno acqua. Morbosamente segano le secolari fronde, le magnificenti colonne dei polmoni, e morbosi sciacquano i loro zozzi ani nelle vasche dove il cordone a Venere fu reciso da una brezza. Morbosamente aizzano le brezze insultandogli la corretta mistione di caldo e freddo, poiché s’appellano a sembianze divine misconoscendo la natura fangosa del loro, più che d’altri, cervello. E così morbosamente m’auguro che i loro figli ne raccoglieranno le feci carbonizzate, infestate di vermi nutriti del loro intestino, per poi crepare essi stessi, seppur figli e immacolati, di inspiegabili spasmi alle tempie, e di lento soffocamento, dopo che i denti gli saranno caduti rotti come mucche pazze, o polli avariati, e dopo che le ginocchia gli si saranno rivoltate e sparse fuori asse al pari di un ghiacciaio disciolto, e dopo che il cuore gli si sarà rallentato per allungare ogni istante di supplizio, morbosamente gli auguro una mezza morte, col cervello ancora vigile a riferire alla memoria il buio della bara e il silenzio carico d’umidità della notte nel camposanto, e il ragno che nell’ultimo respiro gli ha sfondato la trachea!




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30 gennaio 2007


Niente, questa storia che ho iniziato è un tamburo africano che vibra per sussulti di sangue, e bolle. Uno sguardo iniziale, l’orecchio che trova il suo universo, poi le ho chiesto il nome ma lei, così decisa e sgangherata, m’ha detto “amami come giro, come muovo le ginocchia sotto questa scorza di terra secca, come io sono sempre disposta ad amare qualcuno a caso”, e le ho sfilato il velo dagli occhi e vi sono precipitato, in quel buco. Poi m’ha preso le mani, le ha inzuppate di viola e rosso attinto da un precedente graffio. Ci siamo messi assieme, lei non lo sa, mi sono messo assieme a lei e ininterrottamente mi passa nelle vene. Intacca il sistema nervoso, e mi abbandono al suo profondo respiro fino a che non ne avrò nausea. Lei è questa canzone.




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        La Bomba

  
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       Alta Marea
 

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    La Rossa in Rosso
  
 
     
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     Guido Guidacciu
  
  
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       God, d'oro
  
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      Fumettini
    
  Prima parte
Italia-Francia

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Seconda parte Italia-Francia

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Disclaimèr
Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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