.
Annunci online

ciromonacella
'o munaciello


cinèma


7 marzo 2008

vamos al cine

Su LibMagazine parlo di Sweeney Todd (Tim Burton). Clicca qui.
Su Rapporto Confidenziale parlo di Shivers (Cronenberg). Scaricalo qui.


26 febbraio 2008

libmagazine's no country for old men

Non sempre la soddisfazione all’uscita di sala è proporzionata al lavoro di scavo che il film t’ha fatto. Anzi, funziona all'inverso. In alcuni casi ne esci innervosito o disgregato. Avverti fettine di nulla poggiate fra stomaco e reni. Allora, ancora in sigaretta post-visione, inizi a lavorare, a sfringuellarti la pancia, a ravanare nei grassi con le unghie, a stracciar membrane. Cerchi il seme. Lo trovi, almeno credi. E suturi con approssimazione. Poi passa un giorno. Due, tre. Quattro giorni, una settimana. Sei scosso fior d’acqua, di granelli in polvere alzati controvento. Sei smanioso, cerchi ancora, vorresti la ripetizione, il replay rallentato. Con certi film è droga: qualcosa ti resta dentro, e quel qualcosa richiede l’oggetto che l’ha persa, o mandata, o comandata.

Vai su LibMagazine e leggi di No Country For Old Men.

Però leggi anche Erba Medica di Piero Dell’Olivo, SpeakEasy di Michael Mazzei, l’editoriale di Cristina Marullo, e Gordiano Lupi su Cuba.

 

Questo sono io su Fidel





25 febbraio 2008

Joel, Ethan e Oscar Coen


In questo frangente e da questa posizione non veneriamo gli oscar né li consideriamo indici di qualcosa che non sia medio, a costo di frantumarci le falangi. Non ci fidiamo di nessuna eucaristia, no, no e no! Ma stanotte c’è stata la premiazione. Ogni premiazione è un passo. Quando in avanti, quando indietro. Quest’ultimo lo è stato verso un minor tono di cecità – come passo correttivo, in calzatura dai fondali di ottone e permaflex. Rimbalzato Into The Wild, e premiato il miglior film dell’anno No Country For Old Men (di cui leggerete le mie qui domani), questo è il passo. Il successivo è il mai più giusto riconoscimento a quel tal Javier Bardem che non ce ne sono altri con quella faccia lessa e al contempo maligna: un capolavoro di manufatto inca grezzo e impressionista. Che però forse già avrebbe meritato per il liricissimo Antes Que Anochezca di Julian Schnabel (di quest’ultimo è in sala Lo Scafandro E La Farfalla, attenzione). Ed è proprio questo il sunto. Chi e cosa e quando e dove si sente di indicare il migliore? Qual è la relazione o l’assoluzione? Io. Tu. Un fattorino di Tokyo. Una troia di Amburgo. Un robusto saldatore di Buenos Aires, di Sidney, e Baffo Di Sego – il primo secondino. Ma non so, un passo chiama l’altro e fra Monte Cassino e le Termopili non vedo più differenze. Sarà che il discorso è fumoso, scontroso, osteggiante, mina anti-umano-cogitare. Quindi facciamo finta che io non ho scritto niente e che tu non hai letto niente.

Oggi ho la voce roca da rum. Si sente? 


23 febbraio 2008

fissiamolo sull'agenda con un paio di pallettoni

Abbiamo un appuntamento io e voi. È piacevole, confesso, sentire di avere un appuntamento non galante ma altresì cortese. Non so a cosa serva il blog, in generale. In particolare, in questo particolare, scopro che è bello avere un appuntamento. Punto e basta. Non osiamo indagini oggi, che è sabbath.

Ho visto No Country For Old Men dei Coen Bros, consigliatomi già un bel po’ di tempo fa dall’amico che sopravanza i tempi. È quello il nostro appuntamento, uagliu’.

A martedì quindi, su Libmag.


27 gennaio 2008

prometto


Dalla mezzanotte di lunedì, solo su Libmagazine,
si parlerà di un gran film.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. prossimamente su libmagazine

permalink | inviato da ciromonacella il 27/1/2008 alle 13:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


15 gennaio 2008

libmagazine n°19


Disponibile per voi un gran numero di Libmagazine.
A me, a me mi, a me mi trovate qua (La ragazza del lago).
Ma dovete anche tener d'occhio tuuuutta una serie di novità, qua.




permalink | inviato da ciromonacella il 15/1/2008 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


11 gennaio 2008

Zodiac

Allora vorrei interpretare Zodiac. Vorrei il panzone e il piede pesante, un chicco di furbizia in una laghetto di media palude. Vorrei la spilla in petto e il bue monoculato sul mio prepuzio ventricolare, i giornali, il batti e ribatti e la pallina che tocca il nastro va dentro va fuori va dentro va fuori di capoccia. Scatto la prima foto nel ’69, per un attimo penso alla carne di fresella che mi cuoce tiepidamente il naso in liquidi appiccicosi, per un attimo ci si illude di fondersi al buco da cui si esce, ma l’ultima foto la scatto negli anni novanta, quando Jordan già era un pezzo che volava, e di lì a breve i ragazzoni si sarebbero fatti quel taglio bizzarro rasato sul collo e nelle tempie e lungo in testa, manie da cappellari. Nel mezzo, fra una foto e l’altra, la macchina ingolfa istupidendosi, autoconvergendosi nei rotoloni come una qualsiasi indagine italiana, una qualsiasi carrozzella giudiziaria di provincia meridionale. Un pasticciaccio brutto di San Francisco. Moderno però, ma non saliscendi, ma, peggio, senza musica – e in fondo cos’era questo Fincher se non un Musikant? Di buono nella cultura meregana c’è la musica, il folk, il Volk, il Volkswagen (si ricordi che la “s” funge da connettore), la Wagen su route66, il rocchenrolle, cioè la musica sempiternamente sparata but not killed... ecco, qui, astrologicamente, questa manca, e mancando lascia un vuoto in quel canale descrittivo che doveva e doveva esserci. Certo, è bello far splendere il banana taxi nel buio della notte, ed è bello giurare di poter sputare dove poggia tallone l’arcobaleno. Ma se sputi acqua e fa caldo c’è la serena possibilità che ti si faccia ingranello di nova nuvola. Fa caldo a San Francisco, mica Assisi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. zodiac david fincher

permalink | inviato da ciromonacella il 11/1/2008 alle 14:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


10 gennaio 2008

Rapporto Confidenziale

andate a dargli un'occhiata




permalink | inviato da ciromonacella il 10/1/2008 alle 16:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


6 gennaio 2008

Alta Marea



Questo vuole essere un dipinto. Da dentro, se possibile.
La nausea non è effetto collaterale.


a
voi la palla


18 dicembre 2007

manhattan

 

Qualche sera fa ero a Manhattan e… pare che la recitazione abbia ancora una funzione, questo ho imparato. L’attore, la forza di angolarsi, di masticarsi, la capacità di impadronirsi della luce e di piegarla, la reattività e la digestione dei toni. Questo ho imparato. Poi i testi vincolati all’esigenza di una più sottile costruzione. È un’impalcatura che sfugge alle norme architettoniche basilari, è la voglia di dire più cose contemporaneamente. Sai.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. manhattan

permalink | inviato da ciromonacella il 18/12/2007 alle 21:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


10 dicembre 2007

giusto per chiarire

Stanotte ho sete. Voglio che scorra sangue. E non ho sete. Quando scrivevo così non lo facevo per spirto polemico, ne per guadagnarmi un facile appoggio. Lo scrivevo perché l’invasione di questi filmacci toglie spazio vitale ad est, a nord est di Napoli, che occorrerebbe quel certo tedesco per ridar vigore morale al nostro branco di molli lattofili peninsulari. Qui attorno sono spariti i cinema, c’è un paio di multisale con gli schermi da giocarci una partita di basket, o pure lenzuola buone per quella fase spropositata del Gulliver. Ma la regola del multisala è la scarsa differenziazione dell’offerta, l’omologazione, il prodotto che non scontenti, che non azzardi. Piatto. Perciò tutte le luci e i manifesti, per alluccunire. Allora succede che il film che vuoi vedere – t’è venuto così, c’era anche dell’altro di accettabile ma tu hai scelto quello, lo vuoi vedere per seguire un discorso sospeso, un appuntamento concordato con un regista, proprio quello lì, giusto per vedere se ha imbroccato davvero e in via definitiva il sentiero sbagliato o se sono cose, sono scelte che capitano come quella fottuta volta che fottesti senza tappo…

Dicevo, il film che vuoi vedere lo danno in una sola sala: sola! Una sola sala che è anche una sola cioè, un rettangolo strettissimo e lunghissimo con incalcolabile numero di file per cinque massimo sei posti l’una, che c’entri da sotto lo schermo e laggiù, verso il fondo della sala, è una chimera di nero che dubiti possa avere fine il corridoio e temi a lanciarci l’occhio per paura che non torni con l’immagine. Poi per il parcheggio qui a Napoli, e in quella zona di quella sola sala sola (dove arrivano tutti i ricchi e i ricchioni della provincia a far compere per riempirsi le palle quando saranno messi all’ingrasso sotto a quegli abeti sradicati), c’è bisogno di scommettere, d’auspicare il terremoto. Ma non finisce qui: andiamo dentro al cinema: se il film che vuoi vedere lo danno in una sola sala – indipendentemente che sia sola o no – a fronte del gran numero di possibili spettatori della provincia, succede che pur se in perfetto orario devi beccarti una poltrona in prima fila. Lo schermo è alto, lassù, come cometa lavativa, come madonnina che appare ma resta celestemente appigliata alla gonnella del padreterno. Un film che vedi col collo, di collo, con la vertebrale attorcigliata e flessa, le pupille che evitano le lenti poiché s’alzano oltre il concepito, e la pipì che non vai a fare per paura di beccarti uno strappo alla cervice tanto stai incriccato fra le stoffe. Ah, ghigliottina bell'!
 
Munacell


11 settembre 2007

libmagazine on line

Il nuovo Libmagazine.

Qui il mio contributo.


9 luglio 2007

preveggenza on line (pazientare poche ore)


Il link sarà valido dalla mezzanotte di oggi. Oggi a mezzogiorno ho fatto l’ultimo esame di questa sessione (tranquilli, è solo il secondo), e fra mezz’ora parto per ammollarmi un po’. Ci vediamo fra una mezza ventina di giorni. Tenete d’occhio ‘o giurnalett’ perché vi darà delle belle delle belle soddisfazioni.

Un saluto a tutti,

‘o munaciell’


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. libmagazine il settimo sigillo

permalink | inviato da ciromonacella il 9/7/2007 alle 14:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


8 luglio 2007

Zatoichi

 

Kitano fa la leggenda giapponese. Un cappa e spada violento, e ironico, e poetico, dove la morte perde un po’ della leggerezza che in altri suoi film aveva, ma acquista un’ulteriore dimensione che le deriva dalla voglia, finora fioca, della vita stessa.

I personaggi sembrano mitici. Stereotipi magici che nella loro superficialità nascondono ciascuno un mondo: un massaggiatore cieco è una spada vivente: vivente! Poi c’è il gruppetto dei cattivi cui – il cattivo è segnato nell’animo dal passato – gradualmente è rivelato il percorso che conduce alla fine.

Il punto è che il film è stato tacciato di ripetitività, ed in effetti i temi e i toni sono già affrontati nelle precedenti prove del regista. Ma che forse il beneadorato Pasolini non parlava sempre della stessa gente? E Fellini co’quei cazzo di sogni e di tettone? Sono fissazioni. Passioni. Cioè niente di più sacro. Genuflessione e segnatevi.

Poi a voler essere fiscali m’è parso che Kitano abbia sottolineato tutti gli spigoli: l’ironia sua quasi diventa comica, la violenza vedo-non-vedo qui diventa tersa, gli sbalzi temporali sono infittiti, c’è perfino una scena vagamente da amplesso… ma è una sfacciata turbata. Insomma ha sottolineato tutto, Kitano, tranne lo sfocato, ma già c’era l’ambientazione leggendaria ad affievolire. Ma poi… quei due tip-tap finali… vuoi mettere?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. zatoichi takeshi kitano

permalink | inviato da ciromonacella il 8/7/2007 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


5 luglio 2007

L'arte del sogno

(vivamente, e con giustezza, consigliatomi da Big Esp.)

 

C’è questo tizio che fa dei sogni talmente nitidi da proiettarne le ombre colorate sulla sua vita. Il tizio è una gran bella faccia messicana (quello di Amoresperros e CheGuevara in motorbike) che sta a dovere nella realtà francese. S’innamora, ma i sogni lo ostacolano. Poi la donna ha una fantasia inceppata nelle cose di cuore, e non lo aiuta – fa parte di un lieve cameratismo machista che condivido additare la donna quando le cose non vanno, abbiate pazienza. Comunque i sogni sono invadenti con questo ragazzo. Si direbbe che lo imprigionano facendolo felice pur se in degradazione. Ma il finale è aperto, cioè come l’inizio si svolge nel sogno, solo che per dove si lascia la realtà ci sono buone premesse per il lieto fine.

La narrazione è delicata, senza personaggi esterni che siano coinvolti inutilmente: ciascuno porta del suo, pochi giri, poche esterne, tre soli interni. Mingherlino, parrebbe. E invece no! A scombussolare arriva il grasso panzone del sogno, ed è meraviglioso vedere quanto potenziale ancora abbia il cinema senza ricorrere ai trucchi dei ricchi. L’acqua, ad esempio, è più che sufficientemente onirica se fatta di cellofan trasparente! E gli scenari non ti dico: città come cartoni, e il volo nel sogno che è esattamente come nel sogno lo si vive (ho esperienza del caso): di poco cioè più leggero che sott’acqua. Poi è grazioso il fatto che questa storia d’amore viva in simpatia con l’idea di costruire su uno scaffale una barca che veleggia in mare grazie al vento che soffia nei rami degli alberi. Sì perché c’è una foresta nella barca. Utopia. Amore. Forzare la natura in quattro legni. Dominarla. Solo per poterci naufragare.

In sintesi questa è una commedia coi fiocchi. I dialoghi sono pimpanti e alcuni temi si lambiscono con la giusta tenuità. Un paio di personaggi sono irresistibili, e la donna (che poi è quella di Nuovomondo) si lascia scappare di bocca che occorre l’arte per ricreare disordine e casualità, perché l’ordine a un certo punto comunque spunta fuori. Ecco, io credo che la sceneggiatura stesse parlando della realizzazione del film, del programma. E mi sento d’aggiungere che qui arte c’è stata.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. l'arte del sogno bernal cinema

permalink | inviato da ciromonacella il 5/7/2007 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


26 giugno 2007

Hanniblabla Lecter, le radici del male. Di pancia.


Ma chi hai voluto impressionare? Neh moccioso spocchioso che sei! Hai la schiuma di latte appesa al mento: spùtati da solo prima che chiami un paio di amici cammelli! Sei buio e inopportunamente lento, calcato come le righe perfette che fa il sacchetto nero della spazzatura, inutili e fetose, impregnate dal di dentro di succo d’arancia, albumi inutilizzati e profumo rancido di banane. Puah!

E’ raro che io dia il tu a un film. Forse rarissimo. Ma questo si suol dire pacco, ‘sto Hanniblabla Lecter. Sbagliato in tutto. Triste come un ernia con un pianoforte che si lamenta, un ricordo che abboffa quella di prima, e un cattivello che vuoi anche sforzarti di giustificare quando invece è talmente di poco conto che - ‘sti cazzi nun ce lo metti?

Quando si mette mano a una storia che regge – specie nel caso silenzio degli innocenti – per fare l’antefatto d’ogni fatto, bisogna avere le palle di uranio e poi urlare un motivo, un’idea, e infine narrare come se si andasse a graffiare l’occhio del mito. Tu, dico tu Hanniblabla Lecter le radici del male, non puoi permetterti di sciacquarti nel facile bidet dei crimini di guerra, e poi mandare avanti un unico lungo sbadiglio rettilineo e analfabeta per – solo – una vendetta. Tarantino con Bill? Così ti difendi? Ma tu l’hai visto cosa ha imbastito quel folletto attorno alla sua di vendetta? Hai visto o no? Hanniblabla Lecter, le tue radici non sono di mal di pancia solo perché avevo mangiato riso e lenticchie con una manciata di piselli, e, ammesso il caso contrario a questo che dico alleggerendoti, poco vanto ci sarebbe nell’unica reazione che mi fai e che non chiamo diarrea per rispetto verso chi legge, pallamoscia! Pure il love affaire ti sei voluto ritagliare, ridicolo sussulto d’uretra! Più consono alla storia sarebbe stato l’amplesso con un mulo, visto che vogliamo mandare a puttane ogni barlume di coerenza.

Un pacco. Una fregatura. Quel vecchietto era così pimpante e raffinato, una miscela di trippa amara e colta sagacia, e invece mi fai un Hanniblabla giovanotto lesso con un po’ di rossetto e mi dici che quello è sangue? Ma io ti piscio nell’orecchio, altrochè!

Che poi tu riesca a fare un finale più schifoso del resto del film mi conferma che qualcuno di quei criminali oggi avrebbe fatto bene a passare da casa tua. E a lui, a lui dico buon appetito.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. hannibal lecter

permalink | inviato da ciromonacella il 26/6/2007 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


22 giugno 2007

Se sia cuore o mente


Commentando questo post, l’acuto sogni&bisogni chiedeva, dimostrando un interesse verso ciò che ho scritto su Lynch assai maggiore di tal altro che sulla vicenda è stato con-clusivo essendo Lynch con lui es-clusivo, se il Club Silencio – e ciò che ne segue – sia mente o cuore.

Vediamo. Partiamo dal considerare punto fermo la volontà del regista di narrare dall’interno, e prendiamo anche Strade Perdute che ci torna utile. La struttura dei due film è simile: la trama si arresta poco prima del picco, perde la linea, si gemella, e prosegue come se quasi niente fosse. Poi, più avanti, ci saranno le spiegazioni che a noi, qui ed ora, non interessano. Ciò che è interessante è invece notare quanto siano diversi nell’animo questi due film dalla struttura gemellare: Strade Perdute ha un uomo al centro, ed un altro che da quello in qualche modo si stacca; Mulholland Drive ha due donne che si interscambiano ruoli e sensibilità. In sostanza voglio dirvi che un film è maschile e l’altro è femminile. Ma per farlo adeguatamente dovrei con calma e tempo – virtù che non posseggo – dirvi dei colori che nel primo sono sfumature dal nero al blu notte, con stacco di grigi, mentre nel secondo più pastelli e varie tonalità di rossi, addirittura chiazze rosa sulla camicia di un regista. Dopo dovrei dirvi dei dialoghi, assai diversi. Poi dovrei dirvi delle ambientazioni. Dovrei dirvi del genere della simbolistica tutta, della borsetta del secondo e del voyeurismo del primo. Ovviamente non è un saggio questo blog, altrimenti mi farei almeno pagare. E poi non sono così saggio io da dimostrare tutto – avrete notato come il registro dei primi righi è ormai andato a puttane munacielle.

Dico però che la violenza presente in Strade Perdute è contro l’altro; mentre in Mulholland Drive è una violenza contro se stesso. Ora, fuggiamo dalla facile considerazione che l’uomo fa del male all’altro mentre la donna lo fa a se stessa, perché la donna ha nella memoria l’idea di portare l’altro in sé. Il sé della donna è dispersivo, anche per via della gravidabilità. Ma il senso che distingue il genere dei due film è anche lì. E dico ancora che l’innesco della violenza del primo è un motivo di possesso assai affine alla natura generalmente riconosciuta come maschia. Invece, e qui arriviamo, come s’innesca la violenza di Mulholland? Il Club Silencio ci dirà che il deragliamento di cui siamo stati testimoni è dovuto all’amore, di una donna per una donna, così la Del Rio piange il suo canto d’amore perduto, e tutto il film nasce da lì – dove ogni cosa è registrata, ma non c’è. Al di là dell’uso del topos “cuore” nel titolo, ad esempio, di Cuore Selvaggio, il regista non ama quella parola, e Sogni&Bisogni dice giusto che forse si tratta di mente – o di entrambe, aggiunge. Pur tuttavia il mio chiamarla cuore, nella fattispecie di Mulholland Drive, vuole spiegare in maniera più esatta che la porzione di mente che ha voce è quella rannuvolata, e rannuvolabile, per quella amorfa pulsione che per lungo tempo si chiamò amore, ma che oggi sentiamo di poter definire come la più sottile e sublime forma di egoismo. Il cuore è nella mente, esattamente nel punto in questa è più abile a ingannare se stessa e l’altro attraverso se stessa. Il cuore è la zona più violenta della mente, perché fa credere ciò che non è… come il film di Lynch… come il cuore stesso.


20 giugno 2007

Club silencio

questo è il gioco di raccoon

Club Silencio




 

Il Club Silencio. Nel cuore del cuore di Mulholland Drive, che poi è un cuore di donna. Ed è da quella corda che si parla del film, nel film… è lì che la dimensione sospesa nel tempo dell’estraneamento riprende a connettersi alla trama di una vita deragliata. Abbandonata di sbieco sul letto intendendolo già bara. Non c’è banda! Non c’è orchestra! Tutto è registrato! Il metapalcoscenico è l’unica via verso l’evoluzione, verso la soluzione di sé. Verso il contenitore di ciò che s’è perso ma che non sa perdersi perché una strada collega sempre due posti e necessita di forza per procedere. Come una lacrima stilizzata fa per scendere.
                         

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lynch club silencio mulholland drive

permalink | inviato da ciromonacella il 20/6/2007 alle 16:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


16 giugno 2007

INLAND EMPIRE

 

A gentile richiesta ripropongo ciò che ho scritto sull’ultimo di Lynch alcuni mesi fa. Ieri ho rivisto il film. Nella recensione per libmag c’era un mondo, fra i vari, che mi pareva più attendibile. Allora…

Oggi almeno altri due sono attendibili e fumosi quanto quello. Il punto è che al contrario di Mulholland e Lost Highways, dove i salti sono individuabili e ricomponibili, qui c’è impero. Dove c’è impero non resta altro che non sia parte dell’impero stesso, e non c’è ribellione che non venga soffocata. Soffocata. Segue che ogni ricostruzione lineare è volutamente, dichiaratamente, ingannata dalla successiva sequenza. Non è un caso e non è un disordine. Questa rincorsa ha un senso che non va riscontrato sulla trama ma sulla nostra parte che fa da interlocutrice. Anche il finale ha una rivelazione inaspettata, che però poi scivola in una ulteriore e altra rivelazione che annienta ciò che già s’era annientato. Tutto si smonta, ma tutto nell’impero esiste perché già, già si è impero.

La mia sensazione è che – al di là del modo, che è descritto sotto – Lynch abbia creato un meccanismo chiuso che spinga, in sequenza, al cinema… al superiore… all’alto… al dentro.

Buona lettura.



L’opera di Lynch si fregia di una gemma oggi rara quanto preziosa: la lunga scadenza. Nell’odierno panorama cinematografico pare essere uno dei pochi, se non l’unico, ad avere puro in mente un percorso comunicativo assolutamente proprio e una perenne indagine con esso espressa. E la tenacia con cui ricerca i suoi esiti fa del suo lavoro, per quanto particolare questo sia, una sorta di specchio in cui lo spettatore impara a conoscere sé più che il film. Ecco quindi un cinema all’indentro – inland – che smonta il predominio dei sensi esteriori proiettando i personaggi e il pubblico in anfratti poco reali, postriboli di coscienza in cui la luce diventa un inganno costante, e i suoni e le parole sono mostri dai labilissimi contorni, che con la loro infedeltà generano un grido disperato verso l’ottundimento della percezione. Ed è appunto per il suo scheletro di carta che questo cinema può essere con facilità tacciato di tensione alla scappatoia del non-sense, trascurando però, in tal modo, quella precedenza che va riconosciuta alla parola del regista che, in questo come in molti dei suoi precedenti film, non pretende assolutamente di raccontare. Ma di invitare all’intuizione.

 

La narrazione procede lineare per frammenti di pellicola progressivamente sempre più brevi, fino a dividersi con maggior nettezza in due tronchi principali disgiunti nel culmine di quella che nel regista è costante e feconda ombra: l’esperienza sessuale. Si può sunteggiare la trama iniziale così: un’attrice (interpretata da Laura Dern) ottiene il ruolo di protagonista per il film “I giorni bui del domani”, remake di un precedente progetto che per cause funeste non fu portato a termine. Ma nelle pieghe del film nel film la protagonista scopre qualcosa di misterioso in cui si smarrisce, e che inizia a rivelarsi in uno sdoppiamento sul set con accavallamento temporale. E’ attraverso il sesso, nell’approssimarsi all’estasi orgasmica, che la protagonista giunge a quella verità più profonda, a quell’ingresso nascosto che la proietta in una realtà parallela dominata dall’ossessiva ricerca del perduto, o del non ancora raggiunto. Lo spettatore partecipa alla caccia sospinto, e sorretto, da un bombardamento d’immagini senza successivi fini palesi che produce la sensazione di un quasi approdo, immediatamente tradito, e irrimediabilmente da ricominciare. Pressoché da subito viene meno la certezza del rappresentante di sé nella pellicola poiché i personaggi slittano di continuo gli uni negli altri, demolendo i perni dell’espansione spazio-temporale, e arricchendosi di sfumature caratteriali che non possono essere spiegate se non con l’aggiunta di personificazioni di sogni, incubi, desideri e paure.

Cosa cerca l’attrice? Dove è diretta e perché? Il burocrate nella torre – personaggio kafkiano nel suo tacere le risposte senza dar peso al silenzio – parla di “cavallo che torna alla sorgente” innescando il motivo del ritorno a ciò da cui, volendo attenersi alla metafora fluviale, ci si abbevera prima di andare. “Tornare alla sorgente” è dunque il fine del film e la fine della donna, che asciugherà con la sua sparizione la lacrima di un’altra sé, in un altro suo mondo.

 

Il fascino del percorso verso l’origine, o verso la conclusione (che paiono coincidere in Lynch come accadeva anche in Lost Highways) sta nella corsa per nulla corrente, singhiozzata dall’unico omicidio degno di testimonianza che è quello del tempo, da cui consegue la soggettività degli spazi e la dittatura del pensiero sconnesso. Proprio nella torre, che si tramuta agevolmente in un congeniale (all’autore) albergo, campeggia un grosso orologio che sintetizza tutti i precedenti riferimenti agli orari, riferimenti che parrebbero avere giusto il peso di un lamento senza via d’uscita. In questa realtà dunque, che potrebbe essere il cuore vivo della mente, o la separazione di essa dal corporeo – così l’ “empire” sarebbe divino – , le suggestioni del passato, che sia reale o no, contorcono puntualmente il presente, e inondano il futuro paralizzandolo in una dimensione fissa eppur mutevole. Ciò che resta è un flusso di analogie, e un avanzamento a spirale per mezzo di brevissimi istanti epifanici.

Questa compresenza d’ogni tempo, e d’ogni spazio, richiama alla memoria (memoria! non a caso) il film di Resnais “L’anno scorso a Marienbad”, del 1961, nel quale si accoglie l’idea che il tempo mentale sia solo il presente. Ma tutto ciò qui prende forma con un gusto estetico senza pari, che ammicca apertamente, e in maniera gratificante, a certe immagini stucchevoli dell’orrore dell’Overlook Hotel di Kubrick. Accade allora che gli uomini con maschere animali, che sarebbero comiche fuori contesto, nella scena con camera fissa e colori fiabeschi acquistano, e rendono, effetti terrificanti. Così anche un certo sapore di sesso in sottofondo, come una pulsione trattenuta eppure fondamentale ad ogni procedimento di conoscenza e accrescimento di coscienza, precisa il suo debito ad alcune atmosfere della villa di “Eyes Wide Shut”, finchè le donne, tutte le donne del film tranne la vecchia iniziatrice, si mostrano puttane di professione.

 

L’architettura dell’opera potrebbe essere avvicinata alle costruzioni impossibili di Escher, o al nastro di Möbius, per la distorsione della percezione che introduce ad un luogo non-luogo. Tuttavia la tenuta di Lynch sembra essere molto più di stomaco, di senso che conquista la mente, di succo gastrico che palpita in vece della trasmissione nervosa. Ed è alla luce di questo che invitiamo a frenarsi dall’interpretazione meccanica di ciò che non ci è chiaro. Perché non bisogna dimenticare che l’autore è il creatore: alle sue regole bisogna obbedire per la durata dell’attenzione che gli concediamo. E se al posto della linea retta e infinita egli ha messo mille e tortuosi segmenti di pochi millimetri l’uno, a quei segmenti si dedichi il nostro intuito. Ciò avvenga nel rispetto della specificità dei film di Lynch che invitano a instaurare un dialogo con lo spettatore in cui due sono le voci che si combattono. Fantasia e ragione. E dalle scintille di questa guerra si levano astri.

 

Per cui, rinunciamo a contare le stelle e abbronziamoci del loro tocco.

sbvsbs


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cinema lynch inland empire recensione

permalink | inviato da ciromonacella il 16/6/2007 alle 13:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


4 giugno 2007

larghezza d'ocio



Buona stima va a Moretti, sempre tanto narciso e aguzzo. Però quando si presenta la scelta fra un suo e un fellini è lui a cadere, come tappato. E’ una stima di respiro. Nanni - dio lo abbia in gloria o anche no - se ne resta sempre confinato in un appartamento come nella realtà del momento. Il sé ce lo mette fino alla temperatura che scioglie il ghiaccio, ed è presto, ed è comunque il privato ben cintolato al pubblico, ed è comunque un mostrarsi belli anche nel saper sapere di soffrire. E non ripeto a caso.
Fellini invece - dio lo ha - si ripete sempre, si scava come si comanda e attraversa scarpate universali per arrivare a chiedersi. La risposta non è mai rilevante. E’ nel percorso della domanda stessa che sta il nettare dell’avventura. Avventura… ciò che deve avvenire… che deve




permalink | inviato da il 4/6/2007 alle 12:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


28 maggio 2007

Le conseguenze dell'amore



 

Ci vado con le molle con Sorrentino. Mi capita quando spero di avere a che fare con qualcosa di valido. Già l’amico di famiglia, l’ultimo, mi obbliga a questo: il regista è saltuario italiano che vale pieni gli otto euro scarsi del biglietto. Questo film è pensato bene, scritto meglio, e pittato una favola. Il guaio è che per ognuno di questi tre punti ci sarebbero dieci righe, e so che annoierei, allora parto rapido e confuso come fa l’emozione.
Il tono, il colore, il tatto caldo e nitido di una disgrazia come una fune, presagita, ma che poi ride delle venature di canapa che la compongono: ironia… ironia nera… aggressiva. Dentro un ritmo lento di sussurro che mai ingolfa e che tiene incollati senza apparenti cause o fini. Cioè non si sa dove si va, ma ci si affida che è un incanto. Poi arriva – a volte capita, ma è una rarità – un momento mistico in cui avverto amore per – causale – il film, ma che mi investe rendendomi particolarmente invulnerabile a tutto il resto, come a dire che se esiste la tecnica, l’artigianato, per fare un momento così allora significa che l’uomo ha ancora qualcosa da dire. Nel particolare un crescendo d’archi, un uomo non vissuto, una mora con occhi di tempesta, e una non identificata ma armoniosa prosa.
Poi parte il film a sorpresa come un segreto svelato in vena dall’ago, e ci si scopre allo snodo in cui il male – fantasma solo fiutato – si traduce in ciò che più d’ogni altra cosa fa materia: grana. Quel punto esatto. Anonimamente esatto. Poi giù, a spirale, fino al vertice della cupola (lì c’è cheta cheta la battuta del secolo, affissa alla parete… poi mi direte). Il protagonista? Sì, rispetta un’evoluzione. L’aveva anche capita prima. Ma per bagnarsi di tempesta tutto si fa, pure il cemento.
Forza Sorrentino!
(anche qui)




permalink | inviato da il 28/5/2007 alle 19:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


25 maggio 2007

Le vite degli altri



Straordinario viaggio nell’intimo della Germania Democratica, nelle viscere a doppio taglio della Stasi, percorrendo i dorsi delle sue mani bagnate di adesivo mentre scovano negli armadi, sotto agli interruttori, nei canali dei muri e nelle teste di chi pensa. Una specie di piovra assai acuta ed efficace, mossa però – come si conviene all’arte e alla vita – dal bassoventre, dalla tetta bella e bianca, e dall’amore di sé. In una dimensione essenziale, torva come ci si immagina l’unico mondo più tedesco di quello tedesco: la Prussia. Passi lenti, calibrati, non una parola di più nemmeno sulla libertà di parola. Di espressione. Di pensiero. Di movimento. Per noi pasciuti in questa penisola senza confini è impossibile immaginare cosa voglia dire essere rinchiusi in una patria come uno starnuto che non esce. Senza alcuna grazia, ed è efficace la ripresa scarna a rendere questa implosione d’ossigeno e microbi. A questo il teatro. A questo il pulsare ritmico e blando della sete di spazio… quando ogni fede cade tranne quella nella voglia – nella speranza – di essere un po’ buoni prima del sipario. Pare che Lenin abbia detto che se avesse ascoltato Beethoven non avrebbe portato a termine la rivoluzione: Sonata Per Gli Uomini Buoni.
Il film è nudo, come il re e la verità. Come un muro di una casa sfilacciato e come l’altro, di muro, caduto triste e allegro in mattoni mai visti.

(via eco)




permalink | inviato da il 25/5/2007 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


21 maggio 2007

Little miss sunshine



Per categoria seria questo s’annovererebbe fra i cosiddetti road-movies, film nei quali la trama e le sorprese e tutto il resto seguono e derivano da un viaggio su strada. Uno degli ingredienti fondamentali, e nascosti, di questa categoria è la simbiosi fra mezzo di locomozione e personaggi. Ebbene, qui c’è un Volkswagen furgoncino vecchiotto di quelli che vedresti in una vecchia San Francisco tutti verniciati a fiori & lsd, ma è giallo, e gli entrano solo la quarta e la terza: c’è da spingere e balzare su in corsa, e mai frenare troppo. Per rispetto della regola il nutrito gruppo di viaggiatori, proprio come il furgone, è gente assai improbabile: il padre spera di sfondare con un corso in nove punti sui vincenti; il figlio vuole entrare nell’aeronautica e nel frattempo legge Nietzsche e per voto non parla; la figlia sogna di essere una modella; lo zio gay è il più eminente studioso di Proust ma lo studente di cui è innamorato lo abbandona per il secondo studioso più eminente di Proust; il nonno erotomane sniffa eroina; e la madre crede che questa varietà di petali sia un unico fiore, un’unica famiglia. Tipi improbabili  alle prese col fallimento traumatico ciascuno del proprio sogno eppure…
massì, a spingere magari è più divertente, di sicuro più vero dello stucco da barbie in faccia alle bambine di cinque, sei, sette anni che giocano a fare le modelle perché le loro mamme hanno mangiato troppe vacche con ripieno di gelato à la mode. Infatti il viaggio è iniziato perché la piccola partecipasse a un concorso di bellezza. Però lei c’ha la panza e le altre – si vedrà – no. Così lo spettatore è nella posizione scomoda di sapere della bimba più di quanto ne sappiano i familiari, e che cioè tutto il viaggio nasce da speranze campate leggermente in aria.
Ma la storia c’è. Le facce degli interpreti sono fedeli. I tipi umani sono estremi sì, ma efficaci. Si sale e si scende nell’emozione come loro dal furgone, l’oro dal furgone come una strada che attraversa mezza america. Cosa accade? Si sta solo preparando il finale che è la dissacrazione dell’antiumano, una scena pietosa che per il suo contenuto – e per i tempi comici cui s’allinea – fa letteralmente pisciare sotto dalle risate!
Che bello! Vado a cambiarmi.




permalink | inviato da il 21/5/2007 alle 15:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


17 maggio 2007

Il diavolo veste prada /4



Annoiarsi davanti a luci e immagini che girano con un ritmo alquanto sostenuto, sottolineate da musichette leggere e familiari per via del mezzo, è roba che sovverte qualche legge sensoriale umana. Questo è il mondo dell’immagine in movimento cazzo!, e annoiarsene è davvero brutto segno per un film che porta nel titolo come soggetto il diavolo. Nel senso che io, spettatore mediamente informato sul passato della mia gente, m’aspetto un meccanismo – foss’anche semplice – che mi va a sfruculiare il bagaglio più fondamentale della coscienza: il male e – per par condicio – il bene. Invece questo diavolo qui può appellarsi quanto vuole alla faccia da gabinetto di gran lusso di Marilyn Streep, ma non riuscirà a farsi spuntare manco l’ombra di una punessa. E questa della Streep non è un’offesa, ma la certificazione di un merito e di una vaga imprescindibilità da bisogno primario. Il punto però è che lo spettatore medio, cui m’innalzo per prenderne voce, dovrebbe prendere i Prada e i Gucci e gli argillosi defunti valentini per asciugarsi l’umido del post-bidè. Questione economica più che altro. Di priorità, a voler essere politici. Eppure mi va detto che il cinema vende sogni, che offre l’illusione di avere nel palmo materie che lo spettatore medio non potrà mai avere. Ed io lo ammetto, ma delimito il campo: sogni e materia vanno imbastiti con una certa architettura altrimenti è aria fritta e digerita.
Il diavolo veste Prada è una puzzetta.




permalink | inviato da il 17/5/2007 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


8 maggio 2007

Everything is illuminated



“Overture al cominciamento di una così rigida ricerca”, dice un ballerino di prima classe, superiore, di Odessa che ha imparato l’Inglese dalle canzoni hip-hop e Michael Jackson superiore come lui. L’Ucraina vista così fa bava al palato, piazzata di sbieco in mezzo alla storia da cinquant’anni fa coi nazisti ad ora, col ritorno di un nipote che cerca pace per il suo nonno volato negli States, e cerca la terra dove fu sepolta la donna di quel nonno. Ma c’è un altro nonno e fa da guida, e campa come guardando sempre altrove come il posto suo non fosse quello ormai da decenni, come fosse sdraiarsi dopo una pallottola nella stella di David in mezzo ad altri morti più di lui, di certo più di lui, perché lui s’era rialzato buttando la sua veste e la sua pelle, rinnegandola. E allora sì che campa con la voglia e la paura di rimettersela, e alla fine la trova in una vasca, dopo che già tutto si sia illuminato o, per lui, nell’attimo preciso in cui arriva la luce.
Il film è delicato come passo lunare, mai scorbutico, fatto di immagini più parlanti e più comprensibili del cirillico che dicono gli attori, e colorato da quel prendere la vita come fosse non una cosa seria. Però arriva il momento di affondare la stoccata, e ne fa buco il colpo, ma è ancora un buco d’armonia che fra un tromba e un violino dice che il passato ci scorre al fianco per tutta la vita come noi scorreremo al fianco dei nostri germogli.
Illumina i vincoli, i traccianti, le venature della carne e dell’uomo e della sua storia, come a guardare dall’alto molto alto.

 

Segnalare i film, in quest’epoca di pubblicità che dona valore e sottrae grazia, e se manca nasconde, è la ribellione culturale che ci resta.

Quindi grazie di cuore.

 




permalink | inviato da il 8/5/2007 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


4 maggio 2007

Come Harry divenne un albero



Questo lo consiglio vivamente. Non è come con Lynch, che a me piace un casino ma capisco benissimo che può disturbare e stizzire. Questo è per tutti, ed è un obbligo. Leggero, scorrevole e sempre sorprendente. Ironico tendente al grottesco, ma con pitture poetiche di intensità, ancora, sorprendente. In un borgo irlandese, 1924, un matrimonio innesca un vortice di rapporti apparentemente semplici, ma resi complessi e affascinanti dal dominio del burbero Harry, a un passo dalla follia, ma una follia simpatica, ironica. All’ombra delle sue grandi mani si muovono il figlio (che è un attorone che si era fatto amare per 28 giorni dopo), la nuora (irlandesina a modo e un po’ troietta, ma -etta), e il nemico giurato col suo stuolo di donne (“devi sceglierti il nemico più forte!”). Bello bello. Un finale che è la perfetta chiusa per uno sviluppo indeciso fra commedia e tragedia, ed è appunto la fusione delle due sorprendente mente. D’altronde li avete mai provati i cavoli? E’ del tutto acclarato che se i cavoli marciscono si debba parlare di sfortuna? O è un bene? O comunque, essendoci il marcio, un male? Io non so dirlo, è soggettivo il fatto quanto un primo piano d’un quercione o dio sa cosa.
Il regista è serbo, e s’apprende dai titoli di coda che non poté girare il film in patria perché esiliato, così pensò di farlo in Francia, poi in Italia, infine in Irlanda, perché la terra di Beckett… perché serio e burla etc etc...
A me innamora il fatto che in Europa ci sia un legame sotterraneo (Underground!) che va dai Balcani al flamenco, dalla tarantella alle danze celtiche, un legame che regge le manifestazioni più popolari, quelle più genuine, e che poi questo gusto borghese, questo amore per il trattenuto, questo contegno che ci è derivato dall’emulazione del mondo dei pochi e ottimi, hanno seppellito. Ma a volte spunta, come un cavolo, chiatto chiatto dalla terra. E quando spunta mi sento meno universale, meno solo.
Guardatevelo.




permalink | inviato da il 4/5/2007 alle 22:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


30 aprile 2007

blood diamond


Di Edward Zwick.
Con: Leonardo Di Caprio, Jennifer Conelly, Dijmon Hounsou, Michael Sheen, Arnold Vosloo

 Edward Zwick, che è quello dell’ultimo samurai e di vento di passioni, conosce e cerca e si bea nell’eroismo. Stabbè. Qui c’è ringo gimme five black&white, il blanco y el negro (diciamo “el tinto”? more correct?) a darsi di mano in cerca di due diamanti, ma uno è rosa e freddo, l’altro è nero e caldo e cornelianamente prezioso. Un po’ di luoghi comuni su come fare il contrabbandiere buono ma cinico, e il padre di famiglia dai saldissimi – e non in svendita – valori: ‘a famiglia ‘ncopp a tutt’ cose! Allora giù di semiautomatiche in Sierra Leone, son storie di diamanti e di bimbi soldati. Citazioni – sempre gradita la nero di fango di apocalypse now. Son storie belle toste sebbene, porca troia, c’è sempre un’innaffiata d’amoruccio per non dirlo altromodo. E poi che muore uno dei tre bellimbusti lo si capisce a inizio film: dev’esserci una regola che dice che per un film che assume un certo tono di denuncia la conclusione ha da raggiungersi con la morte di uno che vorremmo ancora vivo. Non vi dico chi. Non vi dico come. Me lo direte voi già a metà film. Io…
l’ho trovato buono ma non lo rivedrei. Poi ci sono certe cadute. Certe cose dette troppo chiaramente, come se la denuncia per essere efficace debba essere per forza chiara limpida soddisfacente: chell’è ll’acqua, scie’! Addirittura nella scena girata a Londra – girata credo in tutta fretta – accade questo: in lontananza due passeggeri di un furgone guardano l’attore in primo piano e ridono: gente comune che ha saputo del film e che non dovrebbe star là… o, meglio, dovrebbe star là, ma un buon regista camuffa il coniglio prima che esca dal cilindro et voilàt; accade poi che l’auto che va via dal luogo di un incontro compromettente, scatta pepe a culo per poi inchiodarsi completamente mezza fuori mezza dentro campo: cos’è? ti chiedi, l’allarme che sega il carburante? Penso a Napoli, a quello che m’ha detto “figurati, nun fai nient’: si s’a vonn’ piglia’ s’a pigliano”, come i diamanti. Come l’Africa. Allora era giusta quella che si diceva a proposito del cartellone autostradale presso Firenze “benvenuti in Italia”.
Ok, chiamatemi Abdul.




permalink | inviato da il 30/4/2007 alle 2:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


2 aprile 2007

sgrezzi




permalink | inviato da il 2/4/2007 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


30 marzo 2007

Crocevia della morte


Regia: Ethan Coen, Joel Coen, 1990
Sceneggiatura: gli stessi!
Cast: Gabriel Byrne, John Turturro, John Polito, J.E. Freeman, Mike Starr, Albert Finney, Al Mancini, Richard Woods, Thomas Torner

Il mondo ha colori soffici di noir che affoga nel romantico. Se romantico è farsi scivolare dentro ogni impulso, compreso lo stratagemma, il tradimento diventa l’unica legge a dispetto dell’ostentazione di un’etica. Ben bene calpestata, questa, oltre lo stato mentale che sarebbe l’amicizia, più dentro, verso lo stato fisico che rappresenta un’erezione. Così da metterci nel mezzo dell’ingranaggio che muove il male (o bene?), proprio poggiati sul perno, a oliare per far scorrere agevole una trama intricata assai perché ci lavorano i tempi del presente, del ricordo, e dell’ipotesi. Allora la faccia è maschera, non il cuore, perché per una donna – che già di per sé è crocevia – tre e più uomini passeggiano il palco fra revolverate e bevute calde di proibito. Che poi il crocevia diventa un gran Gabriel Byrne, spietato gangster restio all’ammazzo fino all’ultima pistolettata in fronte all’ebreuccio Turturro. Una smorfia, la voce querula del ricattoso Turturro, è il fratello della femme che di fatale ha solo il contorno perché pare che pigli pesci anche nelle narici. Semplice troia, insomma, senza merletti.
(Parentesi nel bosco, crocevia fatto natura, odore di erba e umido, e paura della morte).
I fratelli Cohen in questo loro terzo film tracciano un’intelligente parabola che fende più generi: i piedi sono del gangster movie canonico, con ammiccamenti continui al Padrino, però poi la tragedia sconfina in commedia, con mano leggera, e si scopre che della guerra di mafia il capo della polizia e il sindaco sanno tutto e non lesinano interventi politici in corso d’opera. Un po’ di macchietta, specie del boss italonapoletano, che non guasta, mentre il boss irlandese, che un attimo prima pareva decrepito, piglia il mitra che doveva farlo fuori e scende in strada a prendere di faccia il plotone esecutivo: inutile contare i colpi: sono troppi, e il caricatore è solo figurato.
Armonioso.

 




permalink | inviato da il 30/3/2007 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa


24 marzo 2007

The departed


THE DEPARTED

Inizia che siccome inizio ignorante d’ogni preparazione – e non parlo di trama ma di produzione – subito mi pare d’averlo annusato già ‘sto film. Una roba cinese di qualche annetto fa, mi pare. Più avanza la trama e più l’ho già visto, ed è quello spiaccicato proprio, solo coi biondini al posto dei musi gialli. Che si senta la mano di Scorsese è palese come uno scorsoio, però, cazzo, è Infernal Affairs sì! Ma il come, qui diciamo. E sia. La musica di sotto non invade mai e resta lì come il lenzuolo sui fianchi della bella, a sfiorare la perfezione e altre più sporche corde. E resta sospesa come la donna che tutti attrae e che tutti ama. Poi nella prima metà c’è un’ironia, c’è un’ironia che, non me ne vogliano i bigotti che palpitano a scovar razzismi, i coreani o gli honkonghesi non si sognano manco lontanamente: i personaggi si abbandonano a piccole follie nei dialoghi, perché è bello a volte perdere l’inibizione. Come una picca che si spezza. La storia è quella linea di matita 4 fra bene e male, con ad aggravare un paio di propaggini come appendici o cazzi… a proposito “in questo paese non aggiungiamo mai centimetri al cazzo” dice un Nicholson per cui trovare aggettivi, oltre ad annoiarmi, sarebbe levargli indebitamente quei centimetri di sopra – o di sotto. Trama fitta, copiata sì, ma fitta e più ricca, alla meglio goodfellas, e atmosfere e personaggi fatti a mano nella creta. Però quando c’è la conclusione, e i due s’incontrano appianando la scissione e svelando il doppio di sé a se stessi, c’è stato qualcosa che qui è mancato rispetto all’Infernal Affairs: pathos. Lì c’era una certa solennità. Qui se n’è persa un tot nello show, ma è cosa nota che quello americano è cinema di parlattori, e capita che parlando parlando – come me adesso – si smarrisca la rotta. Concludo con grandi attori, grande regia, ottima sceneggiatura e finale migliore dell’originale. Le considerazioni filosofiche sul tema sono troppo intime, quindi a ciascuno le sue. E a chi risponde male gli ficco una palla in fronte senza niente di spettacolare, mentre si apre l’ascensore, mentre l’ascensore scende. Fatemi un pompino.
Ehm…

 Aggiungo una cosa senza fare nomi e, perciò, sturbarvi la visione: il finale, proprio l’ultimo proiettile e il suo ultimo departed, mi dicono che il male vince, a dispetto della sostanza: la forma, il come, ha la cravatta e la profilassi del male. Detto questo, fanculo sul serio.




permalink | inviato da il 24/3/2007 alle 16:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa
sfoglia     febbraio       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
mirada pirata
fantacucina
sport
cinèma
duende
televizione
'O Munaciell'
a lo mejor es un rincòn
Postero
Memorie del Munaciello

VAI A VEDERE

CINEMA

Arriva La Bufera
Zodiac
Manhattan
Zatoichi
l'arte del sogno
Hannibal Lecter
club silencio 1
club silencio 2
inland empire
Hero
NuovoMondo
L'ultimo bacio
spielberg
slevin
domino
sucker free city
amoresperros
prime
broken flowers
a straight story
filologia germanica zombie
volver
codice da vinci
guantanamera
hostel
crash
inside man: la 30° ora
il caimano
la promessa
Babel
Munich
Confessioni di una mente pericolosa
Bregovic
l'amico di famiglia
everything is illuminated
il diavolo veste prada
little miss sunshine
Le vite degli altri
Le conseguenze dell'amore
saturno contro
arthur e il popolo dei minimei
the departed
Crocevia della morte
blood diamond
Come Harry divenne un albero
Vertigo
le avventure acquatiche del capitan Zissou
Il mercante di pietre
Frankenstain Junior
Bobby
New York stories
Apocalypto
Le regole dell'attrazione
I falchi della notte



scrivimi qua:
mooncium@libero.it



da Libmagazine
No Country For Old Men
Sogni E Delitti: to kill or not to kill
Caos Calmo
Irina Palm, vedova delle pippe
Into The Wild
Eastern Promises
La Ragazza Del Lago
Tv-Days
Paranoid Park
L'uovo di natale
Il Beowulf del pc di Zemeckis
Niente è come sembra. L'artista e il pubblico.
Pornografia ed erotismo
Un trip da Don Chisciotte al Dr. Gonzo
Il superomismo di Danny Boyle
La festa del cinema non può accecarci
Planet Terror
Venezia, l'abboffata di ogni Crono
Il buio nell’anima
Il vortice della vita non è così asciutto
Sognando un altro sogno
Il controtempo di Kitano
Flags of our fathers
The Good Shepherd
Morricone, l’omino della musica
Saw 3, so bad
300, la levata dei figli di Serse
Inland Empire
L’ultimo re di Scozia

Clicca qui per
le mie vignette


Blog-roll

Agiamo

Aioros

Alcestis

Alterego

Angolo Di Bolina
Angolo Sbocco
Arciprete

Aronne

Arrabbiato

art.2

Baol

Barbara

Bazar

Blogodot

Bloggerperfetca

Buraku (yoshi)

Ciechielefante
CuncettaMente
Desaparecidos

Diderot

Eco di sirene

Eginone

Espressione

Formamentis

Francesco Nardi

Galatea
Giorgiodasebenico

Heartprocession

Ioguido

Jimmomo

KK

Kulturadimazza

Makia

Malvino
Marcoz

Metilparaben

Miss Welby
NickFalco

Nic Pic
Numerabile

Pasqualedigennaro

Pensatoio

PDN

Poldone
Raccoon

Raissa

Raser

Rip

Sannita

Ugolino

Unaperfettastronza

100e500mhz

         Videos 

Le favolette Dell'Elefantino
  
              clicca sull'immagine


        La Bomba

  
      clicca sull'immagine


       Alta Marea
 

      clicca sull'immagine


    La Rossa in Rosso
  
 
     
clicca sull'immagine 

     Guido Guidacciu
  
  
               clicca sull'immagine!

       God, d'oro
  
               clicca sull'immagine!
         
      Fumettini
    
  Prima parte
Italia-Francia

           clicca sull’immagine!
 


Seconda parte Italia-Francia

       clicca sull’immagine!


    
  
 



Disclaimèr
Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

Technorati Profile

CERCA