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ciromonacella
'o munaciello


Diario


9 marzo 2008

cambio blog

 

Spostarsi, farsi senza posto. Un impulso, una concatenazione corporea, una catena, forse uno sciacquone. Hop. Ciò che accade sotto impulso va nelle motivazioni ricercato in fundo, dove è troppo freddo perché possa il sole aver diritto di parola, di descrizione e analisi. Ma ascolta, egli può ancora.  E ascolta il trascinarsi dei piedi e gli duole il timpano: mai odore tanto triste quanto la polvere secca che s’alza sotto lo strisciare deve essergli garbato.

Il cannocchio è stato buono con me. Mi ha schiuso. Ma la schiusura, questo farsi senza chiusa, assume volente o nolente una forza propria che se fossi esperto definirei inerzia. Più, più dell’inerzia, ed ecco perché non sono esperto di definizioni. Un moto che avanza gassoso. Ecco allora che le pareti del cannocchio, semplici, benevole, materne (que bonitos ojos tienes… debajo de estas dos cejas, ellos me quieren mirar, pero si tu no los dejas ni siquiera parpadear…), paiono ormai costrutte di materie sintetiche, innaturali, plagianti, sepolcrali.

È un impulso, dicevo, gioioso e intestinale, che mi ha forzato a vagare, a cercare corpi quanto più somigliabili alle idee che avevo. Idee in torcigli, in filamenti di stomaco, in perenne ansia da destinazione. Ho vagato. Provato stanze, incendiato pareti, saggiato seggiole, e sui divani sono diventato meno divino di quanto fossi prima. Ho anche sputato abbastanza muchi, alleggerendomi della scialba leggerezza che m’aveva intristito. Non al cuore, ma allo stomaco non si comanda. Giacché il cuore ha una sua assolutezza, mentre lo stomaco è entrata e uscita di ciò che pompa il cuore. E ciò che vi entra, indipendentemente dal percorso, ha da trovare la sua uscita.

Io, da oggi, scarico qui.

www.munaciell.blogspot.com




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7 marzo 2008

vamos al cine

Su LibMagazine parlo di Sweeney Todd (Tim Burton). Clicca qui.
Su Rapporto Confidenziale parlo di Shivers (Cronenberg). Scaricalo qui.


4 marzo 2008

chiedo consiglio per cambiare blog

 

Ecco cosa non vaIlCannocchiale dev’essere dotato di mente pensante depennante di notevole pesantezza, perché l’impaginazione come la si vede accedendo direttamente al mio blog è completamente sovvertita e disgraziatamente sgraziata se al blog vi si accede, ad esempio, dall’aggregatore (prova cliccando qui), o se si clicca su un post vecchio (prova cliccando qui). Mi guardo attorno e appunto chiedo consiglio.

Ecco cosa voglio. Voglio un blog a tre colonne con possibilità di customizare l’head, l’immagine in testata, i colori, e la possibilità di inserire in una delle colonne laterali testo e immagini linkabili a mio piacimento.

Ecco cosa succede. IlCannocchiale permette quasi tutto di quanto appena detto – fatta eccezione per le tre colonne – ma su quasi tutto grava quella depennazione che deprecavo sopra. Wordpress permette le tre colonne, e limitatamente anche la possibilità di inserire immagini in testata, ma non mi riesce di spaziare liberamente nelle colonne laterali: è rigido, bello ma rigido. Blogspot non concepisce le tre colonne, e graficamente mi sa di bollito.

 

Sono in grossa crisi d’identità. Voglio quello che voglio, e sull’impalpabilità non ammetto accomodamenti. O il desiderato o si chiude bottega.

 

Nel frattempo LibMagazine è on line.




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3 marzo 2008

campionario italiano, ovvero come inparai a correggere la pronumcia delle nasali rosse

 

Da un po’ ci penso, poi abbandono, ma se non si risolve la questione prometto che me ne vado dal cannocchiale. È che manco fossi un Cassano qualunque mi si boicotta l’integrità visiva del blog, mi si intrasparentiscono le immagini aggobbendole con rosse croci traverse. Cos’è, cos’è questo posto amorfo e futile se gli si picchiano gli zigomi? Cassano dicevo… ma lo stai vedendo? Non è la tecnica, non solo quella, è la sfida al troppo umano, la semplicità, la purezza della geometria presente che si spedisce così netta da farsi assente. Cassano, stu sfaccimm’ ‘e scugnizzo, traduce semplicemente l’assenza. Poi torna la luce, i beoti sbavano meraviglie, e si scopre l’antefatto. Io la chiamo purezza. L’Italia, quella atteggiosa e puzzolente, si incanta alla scena scandalizzandosi nella constatazione della padronanza della stessa da parte del moccioso, che è viziato dice, dove io leggo vizioso, che è malato di protagonismo dice, dove io leggo inebriato di tirannide, che è maleducato dice, dove io leggo tragico, che è attore prevedibile dice, dove io leggo miracolato visionario. O io leggo male o chi parla ha la lingua secca per il detergersi il grasso dai punti neri fra le chiappe. E poi la violenza… quella verbale è un gioco al rilancio con la natura, un’affinità con l’ignoto flusso quantistico… e la violenza dei clown è sempre stata un fatto concettuale, intimamente indispensabile quanto una ciliegia rossa in vece del naso. Ma alla sera… ma alla sera ci sono state spalle che uscivano dalle loro sedi, nasi che buttavano sangue: e’ guagliun’ “hanno violentato la capolista”.


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29 febbraio 2008

l'equivoco della ginestra

Ci si fredda. Apposta le cantine. Non ad altro. L’umidità, lungi dall’inconsistenza, eredita dal mondo i talloni del fungo e cammina i mattoni ad uno ad uno, finanche serrando gli interstizi fra gli individui del muro. Non a caso esistono popolazioni d’inattesa perspicacia, che del costrutto guascone, dell’anima ventosa, dell’ostinazione, fabbricano ecosistemi contro gravità. Profili obliqui, skylines tormentati dalle condense e dalle stesse in qualche maniera nutriti. Al tatto se puoi è morbido da annullarsi quasi nel liquido. Ma non puoi, non sempre, non mai. L’idea del contrirsi nel viscido è un equo sistema di autodifesa in perpetuo mascheramento di autodistruzione. Ma non accade l’estremo imprevisto, ché alle larve e ai minerali non è concesso interramento che segni nolente copertura.

Ai vesuviani appartiene un mistico sciroppo, dall’orbita esitante tra un astro di miracolo ed uno di condanna. È qualcosa che s’estranea perfino ai napoletani. Volontà, gusto, dovere d’accecarsi a luci trafugate ai vuoti. Incognita, che il gobbo pensò esser ginestra, che invece è roccia.  


27 febbraio 2008

vuelos de la muerte

Il fatto è che bisognerebbe mandare in soffitta tutta una fila di guerricciole medioevali, o moderne. Molto spesso si tratta di pruriti di regnanti, capricci di pucchiacche focose e, al pari, di fringuelli, restii alla posa verticale, che per attenzione reclamano trombe di battaglia quando le lenzuola si freddano. Guerricciole di cento uomini con dieci morti e quaranta feriti, ma anche guerre lunghe – come quell’espressione che ti percorre assieme a un brivido “guerra dei cent’anni” – perpetuate con ostinazione, lente, caparbie pecorelle dolly. Inutili pure. E poi non ti dico l’Italia, impegnata in spremiture di brufoli mercenari. Fuffa. Bisognerebbe mandare in soffitta questa rucoletta. Bisognerebbe che i ragazzi fin dalle medie avessero dimestichezza con questioni ben più rilevanti della fuorviante caduta di forfora di un regnante. Parlo delle guerre sporche; parlo dello schifo che fu permesso – ove non avallato, ove non ovificato – nelle dittature latinoamericane solo per arrestare il socialismo; parlo della desapariciòn, la sparizione, una magia tecnica; parlo di trentamila marmi mancanti, trentamila tombe d’acqua; parlo dei varchi nelle democrazie, parlo delle connessioni dei poteri sotterranei, parlo delle organizzazioni estere che forniscono soldi, spade, gladi. Motivazioni. Parlo di aerei con carichi di carne umana, e del fiume d’argento che dopo il volo vi si chiude sopra. Dico che alle nuove generazioni tali conoscenze vanno imposte senza sperare che per caso, o per un’amicizia giusta, o per un viaggio, o per altri sintomi d’orologio, s’imbattano in Garage Olimpo e Hijos di Mario Bechis o in D’amore e d’ombra di Isabel Allende o chissà in quanto altro cinema e letteratura. I programmi scolastici hanno l’obbligo di considerare tali vicende perchè la struttura della nostra civiltà non ne è ancora biologicamente immune. Ma forse appunto per questo accade il contrario.



Su Libmagazine oggi Kosovo, lasciamoli così di Enzo Reale; Pino Roveredo risponde di Sergio Sozi; Olivetti 48 anni dopo di Michele Fronterrè.




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26 febbraio 2008

libmagazine's no country for old men

Non sempre la soddisfazione all’uscita di sala è proporzionata al lavoro di scavo che il film t’ha fatto. Anzi, funziona all'inverso. In alcuni casi ne esci innervosito o disgregato. Avverti fettine di nulla poggiate fra stomaco e reni. Allora, ancora in sigaretta post-visione, inizi a lavorare, a sfringuellarti la pancia, a ravanare nei grassi con le unghie, a stracciar membrane. Cerchi il seme. Lo trovi, almeno credi. E suturi con approssimazione. Poi passa un giorno. Due, tre. Quattro giorni, una settimana. Sei scosso fior d’acqua, di granelli in polvere alzati controvento. Sei smanioso, cerchi ancora, vorresti la ripetizione, il replay rallentato. Con certi film è droga: qualcosa ti resta dentro, e quel qualcosa richiede l’oggetto che l’ha persa, o mandata, o comandata.

Vai su LibMagazine e leggi di No Country For Old Men.

Però leggi anche Erba Medica di Piero Dell’Olivo, SpeakEasy di Michael Mazzei, l’editoriale di Cristina Marullo, e Gordiano Lupi su Cuba.

 

Questo sono io su Fidel





25 febbraio 2008

Joel, Ethan e Oscar Coen


In questo frangente e da questa posizione non veneriamo gli oscar né li consideriamo indici di qualcosa che non sia medio, a costo di frantumarci le falangi. Non ci fidiamo di nessuna eucaristia, no, no e no! Ma stanotte c’è stata la premiazione. Ogni premiazione è un passo. Quando in avanti, quando indietro. Quest’ultimo lo è stato verso un minor tono di cecità – come passo correttivo, in calzatura dai fondali di ottone e permaflex. Rimbalzato Into The Wild, e premiato il miglior film dell’anno No Country For Old Men (di cui leggerete le mie qui domani), questo è il passo. Il successivo è il mai più giusto riconoscimento a quel tal Javier Bardem che non ce ne sono altri con quella faccia lessa e al contempo maligna: un capolavoro di manufatto inca grezzo e impressionista. Che però forse già avrebbe meritato per il liricissimo Antes Que Anochezca di Julian Schnabel (di quest’ultimo è in sala Lo Scafandro E La Farfalla, attenzione). Ed è proprio questo il sunto. Chi e cosa e quando e dove si sente di indicare il migliore? Qual è la relazione o l’assoluzione? Io. Tu. Un fattorino di Tokyo. Una troia di Amburgo. Un robusto saldatore di Buenos Aires, di Sidney, e Baffo Di Sego – il primo secondino. Ma non so, un passo chiama l’altro e fra Monte Cassino e le Termopili non vedo più differenze. Sarà che il discorso è fumoso, scontroso, osteggiante, mina anti-umano-cogitare. Quindi facciamo finta che io non ho scritto niente e che tu non hai letto niente.

Oggi ho la voce roca da rum. Si sente? 


25 febbraio 2008

(fo)caccia alla ruggine nottambula

… ho visto cose che voi umani non potate: rododendri cresciuti esterni, girasoli impalati, fichi secchi et wet… eppur che voi potate quanto potete, finanche le potabili a ciglio strada, che nei quadretti nostalgici americani fiottano orgasmi freschi et dolci aquile… ho visto segni bucherellare i cieli… e ho cercato e ho spiccato coi meli i voli e i miei veli, baruffe di coperte nelle stive e nei fili di ricami che cerca il musikànt assieme a un waltz di chitarra… e spaghetti al dente, ho visto che non potate mai, manco sorci, moncate e torcete ma non potete… e le pallide manine e gelide perché culminano in lame… non patate… alto cornuto calorico e basso costo di mammutenzione... non potate i fili elettrici che i cardellini… e colla ad alta pensione… ho visto, ma poi questo vedere, questo vedere quanto spesso sarà mai? questo vedere ciclicamente quanto l’elettricità pete all’oculo... loculi ho visto, porzioni di ultimi confini fisici – da dove ogni donde passa e va, unendosi alle fresche et docili arpe… streghe... nature... spifferi di caldaie... ruggine, ah la ruggine, sola poesia postindustriale...

el muna


23 febbraio 2008

fissiamolo sull'agenda con un paio di pallettoni

Abbiamo un appuntamento io e voi. È piacevole, confesso, sentire di avere un appuntamento non galante ma altresì cortese. Non so a cosa serva il blog, in generale. In particolare, in questo particolare, scopro che è bello avere un appuntamento. Punto e basta. Non osiamo indagini oggi, che è sabbath.

Ho visto No Country For Old Men dei Coen Bros, consigliatomi già un bel po’ di tempo fa dall’amico che sopravanza i tempi. È quello il nostro appuntamento, uagliu’.

A martedì quindi, su Libmag.


23 febbraio 2008

arriva la bufera

dal Rapporto Confidenziale di febbraio


Il marcio non muore mai, ma neanche vive.

 

 

Daniele Luchetti nel 1993 provava invano a replicare al successo de’ Il portaborse con Arriva la bufera, film grottesco che si ciba di attualità esasperandola, e cerca di farne poesia ove non psicologia. Il risultato non fu particolarmente apprezzato perché il prodotto risulta difficile senza che ciò da cui deriva la difficoltà gli doni qualcosa in più: è confuso e sconnesso nella costruzione della trama proprio dove avrebbe dovuto essere più semplice ed essenziale per colpire. Tuttavia l’eccessività di alcune scene, la riuscita costruzione dei set, e una certa idea di struttura di fondo rendono il film piacevole nonostante la scena finale lasci un fastidioso retrogusto retorico – la salvezza del singolo che passa per amore, mare, e libertà, è un discorso consumato dall’uso.

Manca una definizione geografica, ma è chiaro si tratti del meridione, forse Sicilia, forse Campania non importa. Importa invece il panorama in cui si ambienta la storia, la realtà sociale, che finirà per interagire molto strettamente con i personaggi manipolando il senso complessivo del film e finanche dirigendo, quasi organizzando, il catastrofico ma purgante evento finale: l’eruzione. Si tratta infatti di una città che se non dorme quasi, che negli occhi possiede dei filtri per i quali la più banale definizione di legalità e illegalità finisce per essere sfocata, indebolita. Il male per i cittadini è talmente quotidiano da apparire ridicolo, appena percepibile. Per cui i reali problemi della città, che saranno colti come tali solo quando lì approderà dal settentrione il giudice Fortezza (Diego Abadantuono), tendono molto gradualmente a sparire al cospetto della problematica interiorità delle vite dei protagonisti: l’integerrimo giudice che soffre di mal d’amore e mal di vivere, il piccolo truffatore (Silvio Orlando) che diventa nei sogni il poeta che non ha saputo essere, la bella ereditiera di un impianto di smaltimento rifiuti (Margherita Buy) tutta emozione e istinto, e sua sorella maggiore (Marina Confalone) che legifera nell’ombra e nella stessa perde le sue lacrime.

I problemi della società vengono paradossalmente sommersi dalla lotta dei personaggi contro i problemi stessi, sotterrati con poca polvere, messi cioè distrattamente a tacere in una perpetua condizione di transitorietà. Si tratta quindi della messa in scena del più frustrante errore di valutazione dell’essere umano: l’illusione di riuscire a ignorare le scorie del proprio benessere, di seppellirle alla meno peggio sotto la terra che avvelenerà i suoi frutti, e dalla quale le formiche disegneranno il loro disperato esodo (“il marcio non muore mai” dice la Confalone al giudice nel sottolineare la convenienza del fare affari con la spazzatura). È l’atteggiamento cieco e ottuso del tirare avanti, dell’arrangiarsi, tipico non della città di chi adesso sta scrivendo ma della sua cartolina che, per continuare nell’illecito, viene venduta da chi ha i mezzi e la posizione per vendere e comprare. Questa Napoli che oggi, a distanza di quindici anni da Arriva la bufera, sembra quella piazza che nel finale del film appare moribonda sotto la coltre di cenere e immondizia, travolta però da una bufera che dev’essere arrivata di notte, nascosta e sorniona come una marea che inesorabilmente cresce, al buio delle carte e del malgoverno della provincia, al buio degli accordi sottobanco con le organizzazioni criminali, in quel buio che oggi racchiude e nasconde ciò che di più vitale ed elementare lega l’uomo alla natura: l’aria.


19 febbraio 2008

libmagazine



- No. Non è che mi sono superato con la vignetta. Si può dire
che fosse già fatta. L'invenzione è del soggetto, cosa rara
quanto preziosa. Mancavano solo i tratti, la tecnica -

Su libmagazine oltre alle consuete e belle rubriche
trovi l'intervista di Maragò al "Philip Roth italiano"; trovi
l'editoriale di Guerrera sulla bella Hillary che piange.
Il resto devi passarlo a leggere tu, mica faccio il riepiloghista!

Io ho visto l'ultimo di Woody Allen, Cassandra's Dream (o Sogni e Delitti).
Leggimi.

  


18 febbraio 2008

xenese

 

Che freddo belga stanotte! Prendo il portatile per riscaldarmi le cosce. Penso. Forse scrivo. Intanto penso. Sono circa vent’anni e ne ho visti di tutti i tipi e abilità. Fra queste le più svariate, le più parlate. E trovo che ogni parola sparisca al cospetto di quello che è il massimo rientro dell’abilità: l’azione manipolante su spazio e tempo. Il superamento dell’uomo che s’avversa è sempre – deve sempre essere – fondato sull’indebolimento delle coordinate spazio-temporali, ciò che si chiama disorientamento. In guerra come in amore. In amore come ovunque.
La forza, ad esempio, permette nello stesso tempo uno spazio maggiore in ampiezza; la velocità invece, come la tecnica spesso, consente a parità di spazio fra il dotato e il non dotato il rallentamento soggettivo del tempo: un preciso controllo, o una partenza bruciante, fanno scorrere il tempo più lentamente per se stessi ma più velocemente per l’altro, col risultato di acquisire un vantaggio di gestione. Quel gran professor francese sapeva rallentare il proprio tempo con maestria, e ciò gli facilitava l’accesso a diagonali spaziali che gli altri nemmeno concepivano perché non avevano il tempo di frugare nell’ombra. Il cocainomane invece era effettivamente su altre coordinate, e questo discorso per lui necessiterebbe di sortite metafisiche per le quali non ci sentiamo pronti. Tutti i grandi in fondo erano mentalmente o fisicamente in grado, in somma sintesi, di manipolare la realtà.
Ma oggi succede un fatto nuovo. Era da un po’ che m’interrogavo sul perché m’incuriosisse così tanto uno di quelli che sonnecchia fra il grande e il mediogrande. Poi di golpe l’ho capito. Lui,
Juàn Romàn el mudo, agisce sulla somma illusione del suo pacato ciondolare. Recita. Anzi, rappresenta l’immagine fissa di se stesso illudendo l’altro che il tempo sia morto o che rantoli. Non azzarda quasi mai più di quanto non sappia di poter controllare, non accelera, rilassa, se fiuta il rischio rallenta e ripiega. Sonnecchia. Ma in un attimo, in quell’attimo che vede lo spazio allinearsi alla visione che il sonno gli ha insinuato, egli ha già tracciato una pugnalata che precisa segna il prato.


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16 febbraio 2008

riunione blogger laici

Alla fine non ce l'ho fatta. Questioni di schiena.
Mi si disse essere parte del tutto, solo parte
la schiena. Ma è parte fondante e aggregante
la schiena. Credo breve lombalgia. Non l'attesto.
Ma rinuncio malincuore a partecipare a questo.
Chi può ci vada.


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13 febbraio 2008

video munaciello: le favolette dell'elefantino

 

Ho ritagliato i capelli. Sento di perdere l’orientamento. Mi sveglio rabbioso, con gola di ruggine. Mi sveglio smanioso, ho il terrore del tramonto e forse del movimento del sole. Per fortuna le cose che accadono in Italia mi fanno sentire immortale tanto sono caricaturali di per sé.

Come questa, questa favola per cui il nostro tempo soffra degli aborti. Questa favola puntualissima per il dissesto ideologico del tempo e le elezioni da farsi – da crearsi. Per le unghie ecclesiastiche allergiche agli specchi. Il nostro tempo soffre di mali meno sottili, più semplici, più grossolani, più osservabili. Inutile risalire al concepimento. Quella è solo sfaccimma.


12 febbraio 2008

caos calmo a libmagazine

Ho visto cose che voi umani non potete… non patate… ho visto Fronterrè coppola in testa su questioni di mafia; Lupi su questioni di libertà di parola; ho visto Melania Rizzoli che risponde su questioni che vanno capite meglio; ho visto Taverni su questioni mitocondriali e mitologiche. Poi ho visto SpeakEasy di Maffei ed Erba Medica di Dell’Olivo.

Io ho visto il culo di Nanni Moretti, ne ho intravisto il sacchetto dei semini, ho visto il capezzolo cocuzzolo di Isabella Ferrari. Io ho visto Caos Calmo.


11 febbraio 2008

quella volta in Messico dio divenne pagano e pàgano sempre gli stessi

Niente. Quel giorno Diego aveva una certa indisposizione. Erano le sue cose. Dice che glie le aveva attaccate una puttana di Capodichino in quella primavera. Perdeva un po’ di sangue, e basta. Niente di grave. Niente trave. Un leggero dimagrimento e poco appetito sessuale. Solo in quel momento storico non voleva che gli Inglesi vedessero un argentino buttar sangue. Mondezza ematico-politica. C’era da capirlo, la guerra per una manciata di isolette e del prezzemolo tagliuzzato. Io accettai la maglia numero 10 e giocai come sapevo, come avevo imparato al campetto di Bolla, dove quando pioveva s’allagava e non potendo saltare di testa bisognava usare le mani per nuotare e per segnare. Dove si cavavano le cozze dall’angolo fra palo e traversa, e ci si beccava tutti l’epatite, ma allegramente – epatite a, epatite b, o epatite c? hai vinto il superpremio, ma accetta questo crudo vaso cinese. Il campetto di Balla, si diceva, dove i compagni di squadra erano così scarsi che raramente la palla glie la passavi, e venivano a giocare giusto per dividere i soldi dell’affitto. La mano de diòs, ha poi detto Diego. Quel diòs sono io.

Andate in pace e, strada facendo (chè è lunga la via), fermatevi pure un po’ affanculo.

 

‘O Munaciell’


7 febbraio 2008

regina bianchi, la filumena marturano, filiberto donadoni

 

Ma che birbaccione questo donadone! Giuocava ala nel miglior milàn che io sappia, dribbloncione che altro non era, fintava e controcazzava sulla linea e poi crossava o calciava di destro rientrando sul primo palo, cribbio se Crippa se lo perdeva! Ora mette in saccoccia una italietta niente male, giovincella, napulegna, tutta spregiudicata la verginella, che scalpore! oh, scalpore! Difesa lasca, umbrella forata, fondina disoleata, ma tutta friccicarella che zompettèa zompettèa come mosca peperonchia. Bella, bella, mi piace e tifo Donandoni. Ma, sia chiaro, per tutto ciò non vinceremo l’Europeo.

 

Porca patonza, andate a leggervi l’intervista a Regina Bianchi, l’ultima Filumena Marturano.


5 febbraio 2008

libmagazine


Libmagazine oggi intervista nientepopodimenochè
Giampiero Mughini, maddai.
Io mi son trovato faccia a faccia con una faccia
da un buco e polpastrelli tozzi e morbidi: Irina Palm.

Ma c'è dell'altro, ancor più e meglio di quanto detto.


4 febbraio 2008

rapporto confidenziale

 

Hanno questa cosa, i merigani, di prendere proteine e zuccheri e chiudersi nello show. Che gaia fanciullezza! Facili alla leggenda già celebravano la vittoria in finale super bowl dei fino a ieri imbattuti Patriots di Boston. Ma i newyorkesi è gente tosta, se poi giganti sono tosti e lunghi. La morale è che i Giants hanno sovvertito il tacchino e vinto. No, questa non è la morale, la morale si ricava e non si legge. La morale è che a seconda della patria si può esserne profeti oppure no. Piglia Totti, ad esempio. Bambolone coi pollici zuppi di latte, a lui è permesso scazzottare negli stomaci degli avversari a spesa solo d’un’ammonizione quando a qualsiasi altro cristiano tre giornate di squalifica sarebbero state poche. Bambolone. Poi succede che, tutto cotto in questa cuccia d’ovatta e adulazione, il bambolone vada a sputacchiare in giro per l’Europa disinvolto e si rammarichi, si sorprenda, se lo sbattono fuori dallo sport. Ma qual è la patria di Totti? Quale la sua profezia? No, allora manco questa è morale. Né può essere la resa di Marini. Ecco, forse la morale di questo momento è Moccia che sbanca al botteghino. Ma certo! È questa la morale! O almeno dovrebbe. Peccato sia passato di moda il suicidio. Sarebbe stato bello svegliarsi un mattino e leggere di Moccia che s'è sparato in bocca per insoddisfazione artistica. Sarebbe stato significativo, una morte una speranza. L'idea che in qualche modo il talento sia traducibile in contesti più facili per ragioni solo strumentali. Invece no. Il talento è una striscia di Gaza. Un margine. Il corpo centrale è una vagonata di armi e merda.

 

Voi, dunque amorali, andate qui (Rapporto Confidenziale numero 2). Io vi aspetto con un attualissimo film di quindici anni fa a firma Daniele Luchetti - Arriva La Bufera, a pagina 5


3 febbraio 2008

vita e morte su questo parallelo

In chiappa due fiale in una: muscoril e voltaren. Meglio di due bombe nepalesi per la schiena, già un paio di giorni e mi muovo. Però si muove meglio Lavezzi, e sa temperature più alte specie nel togliere dal fuoco le castagnacce al muletto Reja, tanto che è da fermo che ora difetto in postura e, diretta discendenza, non tollero mica gli sgabelli dello stadio o le poltrone del cinema. Quindi sul LibMagazine di martedì troverete recensito un film di qualche settimana fa che il buon amico mi ha recapitato.

Nel frattempo all’Inter danno un altro rigore inesistente, e qualcuno ci perde 800 eurini freschi freschi avendo centrato Napoli, Juve e Siena-Roma. Ma passa in fretta, perché è uno sport, un giuoco, e perché per gorgoglio nazionalpopolare ci stringiamo al capezzolo peloso del presidente Berlusconi cui è mancata la dolce mammina. È sempre doloroso, ma qui di meno, perché ella ha avuto il tempo di vedere l’impero. Mica cazzi.


31 gennaio 2008

Fantasticonomastico

“Rassegnati,

sei uomo di penna e calamaio:

smettila di correre dietro alla sfera di pelle.”  F.N.

 

Ho fatto crack. Ha fatto crack dopo due partite in due giorni. E già che di suo, e di mio, ne abbiamo combinate tante in passato e tanti crack abbiamo condiviso, ma questa volta è l’indolenza meridionale che porto alla ghigliotta. Il campo era duro, terreno come asfalto, tutto sconnesso, irregolare, buccia d‘arancia, che ti rificca tutta l’energia che impieghi nella corsa e nei vari accessori del calcio dritta in vibrazioni su per la colonna vertebrale. Ma il terreno è terreno, lui mica lo sa, mica lo fa apposta. È l’indolenza del proprietario del campo, è l’indolenza del vollese, del vollese che risparmia sull’acqua e sul rastrello. Ora io sto qua craccato nel letto che parlo mentre la mia bella crocerossina digitalizza i miei pensieri sotto dittatoriale dettatura, e io parlo, parlo, mannaggia ’a maronn’, ‘o patatern, bestemmio, tiro giù tutto il calendario che oggi segna San Ciro. San Ciro ‘o cazz! San Ciro è ricchione! Sarò assente finché non tornerà la crocerossina ad aggiornarmi sui fatti del web. Ma nel frattempo voi, potendo, tenete d’occhio libmagazine che anche oggi s’è aggiornato.


30 gennaio 2008

berlusconi assolto

(libmag today)



Berlusconi assolto. Che poi sarebbe sciolto.
Non è la prima volta che quest’affare della prescrizione
mi suona male mi suona storto mi suona sciolto.
Mi pare il mezzo con cui chi può incula la giustizia.
E che c’è di male? Niente. Proprio niente.
Anzi, solo una decisiva e sfortunata sfumatura
che disallinea assolto da sciolto.


29 gennaio 2008

libmagazine n°21: mortadella in arrivo


è on line libmagazine
io sono quello che parla di Sean Penn,
una favoletta, vista l'ora

poi:

Erba Medica. Di Piero Dell’Olivo
SpeakEasy. Di Michael Mazzei
I ritratti di Fronterrè 
Nic’s Pics. Di Nicola Scardi
La Sinistra Masochista. Di Piero Dell’Olivo
Legge 40 – F.Gallo risponde. Di A.N. Maragò.
Fecondazione: facciamo chiarezza. Di Silvio Viale
Memoria. Di
Giusepe Nitto
I medici del sol levante. Di
Barbara Mella
Contro ogni speranza. Di Gordiano Lupi


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27 gennaio 2008

LA BOMBA, ultima puntata del governo Prodi


Non era esattamente quello che avevo in mente.
Ma non mi dispiace.


27 gennaio 2008

prometto


Dalla mezzanotte di lunedì, solo su Libmagazine,
si parlerà di un gran film.


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25 gennaio 2008

Prodi si è dimesso. Ne mancano altri novecento.

 

La che segue sarà una attenta disamina sull’attuale situazione politica italiana. Indi per cui saranno quivi trattati nei minimi, nei miserrimi, particolari i due principali scenari. Il primo, senz’altro il più comodo, contiene però in sé un germe di leggera sconnessione… com’un paradosso, ma senz’osso. Il secondo, più complesso ma di maggior durata, necessita di pazienza, dedizione, e spirito d’iniziativa – tutti pregi che la nostra classe politica ha smesso di avere più o meno da xx anni (lo so che non si legge il numero, ma è a due cifre, e già è assai).

 

Scenario a)

Prodi è caduto. Il governo è caduto. Prodi e il governo coincidono. Si da che o l’Italia è senza governo o Prodi non è affatto caduto. Tutt’al più: elezioni anticipate e manto stradale rifatto.

 

Scenario b)

Poi Prodi è caduto. I possibili scenari, i possibili scenari, i possibili scenari. E ancora i possibili scenari, la sfiducia certificata, e i possibili scenari dei 161 brindanti contrari contro i 1 senatori astenuti, il senato non approva, ma certifica l’apertura dei possibili scenari. Dunque è davvero caduto: da qui i possibili scenari e il margine d’azione, e la legge elettorale e il governo tecnico, artistico, tecnico. I possibili scenari, il telone s’apre, da lì uno sputo, un chitemmuorto, uno sviene di qua l’altro di là (è sempre preferibile che due possessori di crani svengano in opposte direzioni onde evitare che i due crani convergano politicamente in un abnorme e fallico bernoccolo). Ma perché? Ma perché Nuccio Cusumano, dico io, dovrebbe essere una merda? Come o cosa o chi e con cosa avrebbe reso possibile l’ingresso di una merda nel luogo più etc. e storicamente più importante etc. che più di ogni altro monumento etc. etc.? Perché questo vecchino è stato sballottato e odiato, e svenuto? Chi diavolo l’ha svenuto? Qual diavolo? C’è qualche grossissima ragione di natura personale? Un dramma romantico, un dramma d’onore s’è inscenato alle nostre spalle e soprattutto a quelle di Romano Prodi? Qualche parente messa incinta dopo scavalcamento di mura di convento e promesse tradite e lettere d’amore notturne e infuocanti? C’è un vecchio duello che alimenta quest’odio? Una pistola che volontariamente mira alla spalla e attende la clemenza ravveduta dell’altra? L’altra pistola spara al cuore? Ma perché spara al cuore, dritto lì? C’è dietro un’occulta manovra di Bersani (Samuele)? Che fine hanno fatto i 3 senatori dell’udeur che Prodi ha perso? Dov’era quando li ha visti l’ultima volta? Aveva mica fame? Perché questa violenza contro Cusumano? Ma è seria, ragionata, tutta questa roba in parlamento (luogo più etc. e storicamente più importante etc. che più di ogni altro monumento etc etc)? Se esistono dei motivi per prenderla così male io devo saperlo. Io devo. Anche perché cavare una singola merda dalla fogna è affare o impossibile o adatto al merdaiuolo.

'O Munaciell'


24 gennaio 2008

Ingerenza alla conferenza di Yalta

"Niente, quel giorno a Yalta faceva freddo. Si tende spesso a sottovalutare il fattore climatico. Io no, capisco il tempo e il clima e colgo al volo. Era febbraio muso duro, mese duro, di ferro, di fabbro ferraro, e un vento gelido soffiava facendo piccole ma saporite granite al pecorino degli effluvi dei nostri piedi. Questi tre vecchietti che vedete in foto erano stanchi e logori e luridi per la guerra, infreddoliti dall’urina che si congelava nei loro rispettivi pannoloni. E visto che s’era in dirittura d’arrivo – in quei giorni mille sommergibili sommersi risalivano il Nilo direzione Berlino passando per Aversa – non badarono a controllare i pass per l’incontro – a proposito, notevoli tartine al caviale, notevoli spuntini di salmone, e ottima vodka nonostante le patate non fossero molto ben cotte. Insomma, io ero poco più che imbucato, ma nei buchi sono sempre stato a mio agio fin da prima di nascere. E mi permisi di suggerire alcune soluzioni: lo smembramento della Germania in quattro zone (nord, est, ovest e inferiore); il controllo di Romania, Bulgaria, Sofia e Agnese; elezioni democratiche ovunque tranne che nei territori più vicini a mosca (s’immagino le difficoltà logistiche ad avere a che fare con volatili, insetti, dischi volanti); ed altre cose di poco conto. Bisogna considerare che la mia posizione (come si nota dalla foto) era di congiunzione fra Roosevelt e Stalin giacché Churchill aveva bevuto troppo, e poi non è che fosse tanto sveglio.

 I tre amavano le frasi ad effetto e non si concentravano sulle cause di quegli effetti. Ma io, sapendo di clima come ho su detto, compresi l’andazzo di quel tempo e mentre i tre erano occupati a riempire il più possibile l’aria di propositi – di quelle cose cioè che vengono messe avanti – io mi occupai di quelle cose che vanno messe dietro: ispirandomi alla concettualizzazione del simbolo e della relativizzazione sia di quanto s’impossibilita che di quanto anela alla fuga prospettica, progettai un gran cacchio di muro nel mar mediterraneo che dividesse il blocco n.a.t.o. da quello m.o.r.t.o. Purtroppo non fu possibile per via dell’acqua (dice che oltre a dissetare finisce per corrodere, ma mi puzza un po’: saranno stati i pannoloni) e per quei 900 sommersi sommergibili che al momento risalivano il Sele mentre 100 s’erano persi nel lago d’Averno. Ma l’idea sarebbe poi stata ripresa e applicata alla città di Berlino, tanto per gli angeli del suo cielo poco cambiava."

 

‘O Munaciell’


24 gennaio 2008

Telecronaca della partita di coppa italia

 

Ieri sera, como que oggi c’avevo l’esame, per rilassarmi rispetto alle due serate precedenti in cui m’ero sparato Medea e M.Butterfly, ho optato per la partita di coppa italia inter-juventus. La coppa italia, per intendersi, l’è un cosa che odora di rosa ma rosa non è, una cosa cianciosa e spertosa che nessuno caca di striscio tranne quelli che a fine stagione si trovano col pugno di mosche in una mano e una cacchina di cinghialotto nell’altra. Ma l’audience, si sa, è ormai una categoria filosofica. Così le due squadre scendono in campo con formazioni dignitose, coi vari campioni del mondo e qualche stellina, segno che la coppa italia quest’anno è finalmente considerata. Burdisso, difensore interista, si fa subito espellere per fermare Del Piero lanciato a rete, cosa che (sia il sacrificio di Burdisso, sia il lanciarsi di Del Piero) testimonia il nuovo attaccamento delle squadre alla coppa italia. D’altra parte la sfida è affascinante, già ai quarti Inter-Juve… questo accresce il valore della coppa italia. L’Inter resta in dieci, ma onora la coppa, lotta, si batte, mentre la Juve, anch’essa onorando la coppa, s’impadronisce del campo senza però riuscire a rendersi pericolosa per tutto il primo tempo nonostante sia entrato Trezeguet, un bomber di razza, un bomber la cui presenza arricchisce la competizione della coppa italia. Finisce l’intervallo e i 22 vanno negli spogliatoi, a testimonianza che si sono stancati, e che quindi questa coppa italia ha una sua importanza. Rientrano, e anche questo onora la coppa (avrebbero anche potuto andarsene a cena o a ballare). L’inter ha adesso altro piglio, inizia a tenere la palla, vuole evitare di subire reti per non complicare il passaggio alle agognate (a questo punto) semifinali di coppa italia. Addirittura segna. Cruz, per la precisione, il giardiniere, per colore. Un colore che rende imperdibile lo spettacolo che offre la coppa italia. Cruz ne fa un altro, due a zero per i nerazzurri. Gran partita, perché la juve all’improvviso ha un moto d’orgoglio in nome della coppa italia e segna con Del Piero, un campione che adora la coppa italia, come tutti in campo, come tutti anche fuori dal campo. Attenzione: clamoroso ma la juve pareggia con un colpo di testa di Bunghetesong, o Bonton, o Bonsogn, comunque un francese che non conosceva la coppa italia ma che ora, conosciutala, non sa farne a meno.

L’arbitro, incurante della goduria degli spettatori, a un certo punto decreta la fine della partita di coppa italia. Né avrebbe potuto fare altrimenti, sennò avrebbe implicitamente detto che la coppa italia ha un trattamento differente rispetto alle altre manifestazioni sportive… che viene – diciamo così – pompata.





Piuttosto, su LibMagazine, colonna di destra, Aggiornamento Quotidiano sulla crisi di Prodi: epilessia morbospastica? A Fronterrè la risposta.


22 gennaio 2008

LibMagazine numero 20 on line


Siamo ancora on line. Con un gran cazzo di numero. A parte l'intervista
a Augias (ehi, proprio Augias quello lì!), e un'altra intervista in cui V.Punzi
proprio non lesina risposte, e fa bene, c'è molto altro: dall'immondizia
alle cose di Mastella (e guai a chi dice che è la stessa cosa).
Poi politics and culture a volontè. Io, personalmente, me so' buttato
sur Cronenberghe. Spero vi piaccia.

[Ah, mi scuso e inginocchio alla pazienza di chi passa qui a commentare
se latito e non rispondo, ma sto studiando e in più scrivendo. Chi sa dell'una
o dell'altra attività non me ne vorrà]


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Parliamoci chiaro. Questo blog non è un albergo né un giornale. Non è una carta, non è giornaliera né qualcosa da mangiare. Questo blog rappresenta l’offesa della tecnica all’uomo, e viceversa. Non è me, non è il munaciello che vi parla, non è me che vi dico, anche perché voi non esistete che in certe vecchie cartoline. Io e  te non esistiamo e, soprattutto, non coincidiamo. Quindi nel caso in cui tu avessi qualche soddisfazione da chiedermi per cose che ho detto o fatto a te o a qualsiasi tua parente di gradevole aspetto, non hai che da dadà darmi appuntamento domattina all’alba – facciamo alle cinque che prima delle cinque la gallina non fa l’uovo e posso mai duellare a stomaco vuoto? – dietro la chiesa abbattuta e sconsolata. Oppure mi chiedi con urgente violenza di rimuovere, ed io, che so intendere senza mercanteggiare, rimuorrò.

Stesso discorso vale per le immagini, le foto, e soprattutto per le cose che non capisci. E per quelle che non capisco io. Stesso discorso non vale invece per le sparatelle dei commentatori. Quindi altro discorso:



 

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